Yulin festival: al via la petizione contro la macelleria di 10 mila cani

Yulin è una città della Cina, esattamente sotto la giurisdizione della regione autonoma di Guangxi Zhuang, la cui esistenza viene presumibilmente ignorata da molti. Nel solstizio d’estate, però, questo punto…

Yulin è una città della Cina, esattamente sotto la giurisdizione della regione autonoma di Guangxi Zhuang, la cui esistenza viene presumibilmente ignorata da molti. Nel solstizio d’estate, però, questo punto del mappamondo viene alla ribalta delle cronache internazionali per qualcosa di sconvolgente, tanto che sembrerebbe una trovata mediatica, o il solito luogo comune sugli usi e costumi cinesi.

Per entrare nella stagione estiva, gli abitanti del posto mandano al macello 10 mila cani, numero più, numero meno; i nostri amici a quattro zampe, brutalmente abbattuti, finiscono in varie pietanze. L’evento è stato ormai soprannominato, con un accento alquanto macabro, “la sagra del cane”. Molti di questi cani vengono prelevati dalla strada, altri invece potrebbero essere stati persino rubati. Basta digitare l’hashtag #stop Yulin 2015 per accorgersi che questo rituale, a dir poco pagano per il sacrificio animale, ha suscitato reazioni sparse per il mondo; in Italia è possibile firmare la petizione on line, collegandosi al link http://goo.gl/5DiAdi.

Yulin Festival

Sul piano dell’etica si potrebbe radicalizzare, estendendo il principio al consumo di qualsiasi carne animale. Tuttavia, il nodo in questione non è proprio lo stesso e a tale riguardo occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Innanzitutto, i cani sono considerati assieme ai gatti animali domestici, esseri con cui l’uomo ha un’empatia, cioè una relazione, per la quale si dà a suo carico una determinata responsabilità. In tal senso, sono state varate normative che ne assicurino la tutela, volte ad occuparsi dei loro diritti. Nel caso della Cina, non lo si può affermare. Se a Hong Kong, ad esempio, il consumo di carne canina è stato vietato, quest’usanza alimentare è purtroppo dura a morire in parecchie altre zone del paese. La dottoressa Mary Peng, a capo della Clinica veterinaria internazionale di Pechino, propende per una graduale estinzione del fenomeno sull’onda del progresso sociale, poiché “mangiare cani non si addice a una civiltà moderna”. Nelle aree metropolitane i cani vengono già da tempo inclusi nella vita famigliare delle persone, mentre per le campagne non v’è alcuna inversione di tendenza. Secondo World Animal Protection, in tutto il territorio cinese ogni anno sono destinati al macello 25 milioni di cani.

Ripercorrendo un po’ di storia della cultura locale, la carne canina figura nella dieta cinese sin dal primo millennio avanti Cristo. Più avanti, quando la classe medio-alta ingentilisce la sua cucina, trattando il nostro amico a quattro zampe davvero come tale, per i ceti più poveri resta invece un nutrimento. In qualche modo, l’usanza sembra corrispondere anche a un dato sociologico, in particolare a un disagio economico. Eppure, ciò non ha alcuna pertinenza con lo Yulin festival. Esso infatti non rientra fra le tradizioni della cultura cinese, essendo stato introdotto solo venti anni fa. Inoltre, al di là del piano etico, infrange completamente il protocollo imposto dal ministero dell’agricoltura, in base al quale il trasporto e le transazioni di carne canina debbono essere rigorosamente fornite di un certificato in grado di garantire che “l’animale sia stato messo prima in quarantena”. Così sintetizza Xiao Bing, vicepresidente dell’associazione per la protezione degli animali di Xiamen, il quale fa notare che per la quarantena bisogna spendere fra i 30 e i 40 euro, un costo che in tanti vogliono risparmiarsi. Come si può immaginare, le conseguenze sanitarie sono un grosso problema, soprattutto in un paese in cui il virus della rabbia uccide ogni anno fra le duemila e le tremila persone.

Per il momento, le azioni degli animalisti di Pechino hanno sortito pochi risultati. Picchiati dalla polizia, nel 2011 sono riusciti soltanto a far anticipare di una settimana l’eccidio del festival, per il quale le autorità temevano gravi disordini. Come se non bastasse, sono stati trascinati in tribunale per non aver saldato il debito di oltre due mila euro contratto con le strutture veterinarie nelle quali erano stati messe in salvo le bestiole sottratte al macello.

 

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