Tiziana Cantone: il diritto all'oblio è una “pezza a colori”

Il caso di Tiziana Cantore fa tremare il diritto all'oblio, e tra lo scarica barile generale in pochi si assumono le proprie responsabilità

La storia di Tiziana Cantone ha riacceso il dibattito in Italia sul diritto all’oblio, ovvero (in estrema sintesi, nda) quella garanzia concessa dal legislatore per tutelare al meglio la privacy delle persone sulla rete, tentando di arginare un fenomeno che coinvolge tutti e che giorno dopo giorno si amplifica al crescere dei dati personali che volontariamente o meno vengono immessi nella rete.

Agli albori di questo nuovo diritto l’obiettivo del legislatore era quello di difendere i dati giudiziari di una persona (dopo la sentenza della Corte di giustizia europea del 13 maggio 2014) obbligando i motori di ricerca a eliminare le indicizzazioni dei propri dati personali, su richiesta dei cittadinia meno che non vi siano ragioni particolari, come il ruolo pubblico del soggetto”.


Come ottenere questo diritto

Nella pratica questa rimozione di dati è complicata. Il primo step è quello di segnalare agli stessi motori di ricerca quali link vogliamo eliminare, indicandone la motivazione. Se l’azienda che gestisce il motore di ricerca rifiuta, ci si può rivolgere al Garante della privacy, che al costo di 150 euro valuterà il caso entro 60 giorni e, se l’esito è negativo, si dovrà far ricorso in tribunale. Una battaglia che può concludersi nel giro di poche ore o che può durare svariati anni con costi esorbitanti (vedi i 20mila euro chiesti a Tiziana per le spese processuali, nonostante il giudice le avesse dato ragione).

Anche se i motori di ricerca eliminano l’indicizzazione di questi dati non è detto che questi spariscano. Perché se una notizia, un video, una foto o un documento diventano virali è fisicamente impossibile cancellarne le tracce. Ci sarà sempre un angolino nella rete che ricordi quel dato.

L’educazione ai tempi di internet

Emerge subito che il problema non è internet e nemmeno i motori di ricerca. Infatti dopo la famosa sentenza della Corte di giustizia europea, il responsabile legale di Google David Drummond aveva commentato: “Non siamo d’accordo con la sentenza, è un po’ come dire che un libro può stare in una biblioteca, ma non può essere incluso nel suo catalogo”. Il problema è quindi di chi immette i dati in rete.

Dopo la tragedia di Tiziana lo stesso Antonello Soro, il Garante della privacy in Italia, ha dichiarato:  “Il suicidio della giovane Tiziana ripropone il tema della gogna cui la rete rischia di esporci in mancanza di una adeguata consapevolezza, da parte degli utenti, della natura di spazio non circoscritto e degli effetti lesivi che può avere una comunicazione violenta o la ferocia nella irrisione degli altri. Servono procedure di risposta più tempestive da parte delle diverse piattaforme, ma è anche necessario far crescere il rispetto delle persone in rete. In questa prospettiva è sempre più urgente un forte investimento nella educazione digitale per promuovere una cultura ed una sensibilità adeguate alle nuove forme espressive del mondo on-line”.

Anche i giornalisti hanno sbagliato

Tra le tante reazioni dopo la morte di Tiziana (sia chiaro Tiziana si è suicidata ma molti sono colpevoli, in rete e non solo, di istigazione al suicidio, nda), tra quelli che incolpano il demoniaco internet e i satanelli social, e il solito gruppetto di stupidi del “Se l’è andata a cercare”, l’unico direttore di giornale, ma davvero l’unico che ha fatto il mea culpa è stato Peter Gomez che scrive: “Così come sono importanti tutte le raccomandazioni ripetute agli utenti sugli enormi rischi legati alla diffusione di filmati e immagini potenzialmente imbarazzanti. Ma oggi è il caso che qui si parli di noi, delle nostre responsabilità e delle nostre manchevolezze”.

Sì, perché il direttore de Il Fatto Quotidiano (un giornale la cui linea può piacere o meno, questo lo decidono i lettori) ha ammesso che, quando il caso di Tiziana è esploso nella primavera del 2015, i suoi giornalisti hanno lavorato male. Limitandosi a scrivere “un articolo che dava conto del fenomeno esploso intorno al suo nome. Nel pezzo si raccontava come venissero vendute magliette che riportavano una frase da lei pronunciata, si parlava dei gruppi Facebook a lei dedicati, delle parodie e dei tanti video satirici che spopolavano su YouTube. Sbagliando avevamo trattato la cosa come una sorta di fenomeno di costume e avevamo come altri ipotizzato che la vicenda potesse essere un’operazione di marketing in vista del lancio di una nuova attrice”.

Il caso di Tiziana non sarà l’ultimo

Insomma se il diritto all’oblio è una “pezza a colori, un tentativo maldestro e tardivo di arginare questi fenomeni, se i giornalisti trattano con superficialità argomenti che possono essere devastanti per la vita delle persone, e se manca una educazione su come si vive in internet per colpa della “Buona scuola” (leggi Stato, governi istituzioni e non insegnanti), e se in Parlamento invece di fare una legge sul cyberbullismo si sono inventati l’ennesima stretta inutile alla libertà della rete (ignorando l’esistenza del deep web), dispiace ma il caso di Tiziana non sarà l’ultimo.

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