Giovanni, suicida dopo la denuncia della madre alla Finanza: le reazioni

Molte persone coinvolte lateralmente dalla vicenda del giovane suicida, per il blitz della Guardia di Finanza, sono rimaste profondamente scosse dall'accaduto. Le diverse testimonianza sulla vicenda

Giovanni era un ragazzo di 16 anni che si è gettato dal balcone dopo che la madre l’ha denunciato alla Guardia di Finanza. Il ragazzo faceva infatti uso di cannabis, come altri circa 5 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni (dati della Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze del 2015). La sua morte ha lasciato molte persone profondamente scosse, e ha riacceso un dibattito che divide il Paese: quello sulle droghe leggere.

Il generale delle Fiamme Gialle sul giovane suicida

Renzo Nisi è il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Genova. Si dice molto tormentato da quanto accaduto e al quotidiano Il Giorno confida: “Col senno di poi immaginerei sicuramente un intervento diverso, con un supporto psicologico presente in casa. Penserei a una soluzione alternativa. Ci sto ragionando tutti i giorni“. Nonostante l’intervento a casa di Giovanni, trovato in possesso di 10 grammi di hashish dopo la segnalazione della madre, sia stato preparato con cautela, Nisi ammette che se tornasse indietro non lo rifarebbe: “Conoscendo l’esito tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo“.

Gli agenti della Guardia di Finanza che hanno partecipato al blitz sono molto scossi. Tutte le procedure per tutelare il 16enne sono state rispettate, la squadra era composta da “padri di famiglia” che capissero la situazione e sapessero come gestirla. “Erano tutti militari in grado di creare un ambiente meno traumatico possibile. Abbiamo fatto in modo che nell’abitazione ci fosse la madre con il compagno. Abbiamo messo in campo la migliore esperienza e rispettato le procedure per tutelare il minorenne. Il risultato non ci ha dato ragione, non siamo tranquilli“, ha ammesso.

Gli amici: “Un figlio deve potersi fidare della propria madre”

Durante un’intervista a RepubblicaTV, uno degli amici di Giovanni ha raccontato le reazioni dei coetanei che lo conoscevano. Era un ragazzo che aveva molti amici, compagni di squadra, non viveva emarginato dal suo mondo. Il giovane intervistato si chiede “il motivo, perché alla fine non gli sarebbe successo niente, era un ragazzo incensurato… Magari è uscito anche fuori che in famiglia non c’era quel gran rapporto…“.

Da quanto dice il ragazzo al giornalista, il consumo di droghe leggere è una cosa molto comune tra i giovani. “Alla fine secondo me basta che non si va oltre. Ci sono tantissimi controlli soprattutto qui a Chiavari, Lavagna… anzi sono anche troppi“.  Sulla chiamata della madre alle forze dell’ordine e sul discorso che ha fatto al funerale, il ragazzo, che era presente, ha un’opinione molto chiara: “Secondo me è una cosa molto sbagliata. Perché, insomma, non so come dirlo, un figlio si deve anche fidare della propria madre“.

Roberto Saviano: “Disinformazione sulle droghe leggere”

Una voce che si è espressa in merito ai fatti di Lavagna, è quella di Roberto Saviano. Da sempre sostenitore della necessità di liberalizzare le droghe leggere, per lo scrittore il vero nemico è la disinformazione, come scrive sulle colonne di Repubblica. Saviano puntualizza: “Voglio fugare ogni dubbio: non ho alcun vantaggio personale nel proporre la legalizzazione, non è un argomento nazionalpopolare, ma che piuttosto divide l’opinione pubblica, e a parlarne ci si fa più nemici che amici“.

Per lui è inspiegabile come un certo tipo di persone, specialmente noti politici, siano contrari alla legalizzazione a prescindere, senza considerare, ad esempio, i “miliardi alle mafie (esattamente tra i 4 e i 9 ogni anno ed essendo un mercato illegale si tratta di stime solo approssimate per difetto) sulla pelle di piccoli spacciatori e dei consumatori, le uniche vere vittime delle politiche proibizioniste in Italia“.

Ascoltando ciò che la madre ha detto al funerale, lo scrittore ha avuto la conferma che in Italia parlare di droghe leggere in modo serio è impossibile. Per lui vengono considerate “una vergogna sociale, un tabù. Un ragazzo che fumi cannabis viene considerato un tossico da recuperare” e “se ci sono tormenti e angosce — dinamiche tipiche dell’adolescenza — non è la cannabis a costituirne la causa, né tantomeno il luogo immateriale in cui si cerca rifugio“.

 

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