Le risate delle "ragazze" del PD sulla Raggi: la politica scaduta nel grottesco

Alessandra Moretti pubblica una foto con Boschi, Madia e Debora Serracchiani mentre deridono la Raggi. Riflessioni sul metodo politico delle donne PD

Come diceva il famoso adagio: il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. Personalmente non ho mai dato molto credito a questo detto, perché spesso una risata aiuta e ci fa sentire bene. Cosa dire però della foto pubblicata da Alessandra Moretticonsigliera regionale del Veneto del Partito Democratico? Nell’immagine si vedono quelle che dovrebbero essere le punte di diamante di uno dei partiti più importanti del Paese che si sganasciano dopo una riunione, come recita la didascalia su Facebook. Fin qui niente di male, senonché la foto è stata usata dalla consigliera regionale per deridere una “collega”, la sindaca di Roma Virginia Raggi.

Due cose fanno infuriare di questa immagine, riconducibili alla stessa radice: il contesto. L’Italia ha visto negli ultimi anni un costante degrado dei costumi politici. Gli statisti di una volta, e lo erano nel bene e nel male, mi si perdoni il richiamo nostalgico, sono stati rimpiazzati di una classe dirigente impreparata, senza titoli e senza un curriculum che giustifichi la loro presenza nell’alta dirigenza dello Stato. In un momento in cui i politici hanno perso l’autorevolezza che li rendeva credibili, è davvero necessario che l’esponente di un partito pubblichi una foto derisoria della controparte politica, senza un’analisi, senza toccare le vere motivazioni per cui è lecito farlo (gestione della città, applicazione del programma, come sta affrontando le emergenze cittadine)? Quello che si criticava della Raggi non entra nel merito delle sue politiche, ma semplicemente si riferisce ad un’autovalutazione che la sindaca ha fatto quando glielo hanno chiesto. Alessandra Moretti ha letteralmente colto l’occasione per ridere in faccia a Virginia Raggi, con il suo “gruppetto”. Tutto ciò fa molto liceo. Tutto ciò non sarebbe mai successo in un contesto di rispetto dell’avversario, di sana competizione politica che non scade mai nell’attacco personale, di consapevolezza che ricoprire un ruolo pubblico, qualsiasi ruolo pubblico, presuppone l’affrontarlo con dignità.


Ci sono dei precedenti: Alessandra Moretti già in passato ha mostrato di non avere rispetto della politica. Ma soprattutto ha dimostrato di avere una concezione stereotipata e vetero-femminista del ruolo della donna nella politica. Questo è il secondo nodo: non andrò ad impelagarmi in un discorso che riguarda il fatto che una donna che si occupa di politica raramente viene criticata per i contenuti, ma più spesso per lo stile (dovrebbero ricordarlo bene la Madia con il suo gelato, o la Boschi per i suoi vestiti). Mi limiterò a constatare che Alessandra Moretti ha dato ampiamente prova di cosa ritiene sia importante nell’esercizio della politica. Lo fece durante le presidenziali per il Veneto, nel 2014, in cui venne sommersa dalle critiche per aver dichiarato che: “Non intendo acquisire lo stile maschile per fare politica“. Con questa frase non intendeva certo un diverso approccio alle sfide etiche, sociali ed economiche, un nuovo metodo di problem solving. Bensì “la cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto“, perché “la bellezza fa notizia” e il suo obiettivo era appunto abbattere il paradigma per cui una donna se è bella “è scema“. Mortificò poi Rosy Bindi per il suo “stile più austero, più rigido, che mortificava in qualche caso la bellezza“.

Questa donna è stata deputata, europarlamentare e consigliere regionale. In che modo ha contribuito ad edificare un’immagine della donna all’altezza degli incarichi istituzionali? La sua carriera politica ha fatto più male che bene alle donne che cercano tutti i giorni di ritagliarsi il proprio ruolo istituzionale. Le scelte del PD, che si vanta dell’alta partecipazione femminile nei suoi ranghi, in questo senso sono deludenti. Passando ad analizzare le altre partecipanti nella foto, nessuna di loro ha brillato nel ruolo che ricopre. Maria Elena Boschi è stata travolta dagli scandali per l’affaire del padre in quel che fu Banca Etruria. Mai degna di nota nella sua attività politica (ha ricoperto ruoli marginali in comuni toscani misconosciuti), è arrivata al Ministero delle Riforme Costituzionali trascinata dalla scalata del Giglio Magico renziano e ha fallito: il referendum del 4 dicembre ha bocciato la riforma che portava il suo nome. Marianna Madia è considerata “una raccomandata di ferro con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni” (Piergiorgio Odifreddi dixit). Proprio lei si vantava, al suo battesimo come ministro, di “portare in dote la sua inesperienza“. Inesperienza che le è costata cara: la sua riforma della Pubblica Amministrazione non è passata al controllo della Corte Costituzionale. Indimenticabile la polemica sulla sua tesi di dottorato, in cui 4mila parole sarebbero state copiate, secondo un noto giornale. Debora Serracchiani ha recentemente fatto implodere l’opinione pubblica politically correct per la frase a sfondo razzista sugli stupri, in questo senso ha “offeso” due piccioni con una fava. Anche lei non ha mai ricoperto incarichi di alto profilo istituzionale, è stata presidente della Regione Friuli Venezia Giulia ed europarlamentare (carica che pare sia molto in voga). Per il resto donna di partito, e anche lei ascesa grazie all’uomo forte, Matteo Renzi.

Come donna e come giornalista che non afferisce a nessun partito politico trovo umiliante il post di Alessandra Moretti e il comportamento di Maria Elena Boschi, Marianna Madia e Debora Serracchiani. Potevano attaccare Virginia Raggi sulla gestione della città, sul caso Marra, sull’inchiesta della procura di Roma, e hanno scelto di farlo su una domanda, “che voto ti daresti?”, il cui peso politico è pari a zero. Loro ci mettono la faccia, ma si intuisce come la verità sia ben più amara. Il vero potere all’interno del partito è maschile, ed è incarnato da Matteo Renzi, al quale tutte loro devono la loro posizione. Il loro contributo può essere al massimo quello stereotipato di ragazze pon pon, incitare i giocatori e lanciare veleno su chi non fa parte del gruppo.



 

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