Tiziana Cantone, la Procura chiede l'archiviazione del caso

A un anno dal suicidio della 31enne, la Procura dichiara che non ci sarebbero colpevoli di istigazione al suicidio e chiede di archiviare il caso

la procura di Napoli ha richiesto al Gip l’archiviazione per l’accusa di induzione al suicidio, ai danni di Tiziana Cantone, nei confronti di coloro che avrebbero diffuso il video hard in cui compariva la ragazza. La notizia della richiesta di archiviazione è stata accolta in maniera estremamente forte dalla madre della ragazza, Maria Teresa Giglio.

Nessun colpevole

Un anno di indagini avrebbero portato la procura alla conclusione che la morte di Tiziana Cantone non abbia colpevoli. Il suo suicidio non sarebbe stato indotto da nessuno: né coloro che hanno diffuso i video hard, né coloro che l’hanno insultata per questo sul web, per strada o in qualunque altro modo. Non ci sono mai stati accusati con nome e cognome, in questa indagine: l’inchiesta era stata avviata contro ignoti. L’unico nome che in questi hanno aveva fatto il giro del web era stato il suo, quello di Tiziana, legato alle immagini intime di un video girato di cui lei era consapevole ma diffuso online senza la sua autorizzazione.

La madre di Tiziana Cantone, Maria Teresa Giglio, non si dà pace: per lei ci sono molti responsabili per la morte di sua figlia, e non sono solo coloro che hanno diffuso il video.

Morta “per essere dimenticata”

In un’intervista pubblicata su Vanity Fair, la madre di Tiziana Cantone racconta la storia di sua figlia, e lo fa con la rabbia di una madre che cerca giustizia: la figlia, spiega, è arrivata a decidere di suicidarsi “Per essere dimenticata dal web e dalle persone”. Il dolore immenso per la morte della figlia è palpabile, espresso in toto dalle sue parole: “Non vorrei mai aprire gli occhi, perché era Tiziana a svegliarmi. Quando non lavoravo mi portava il caffè in camera, mi ripeteva sempre “mammina quanto ti amo”. (…) Adesso, ogni notte, per addormentarmi tengo accanto a me il vestito che si metteva negli ultimi giorni, perché ho bisogno di sentire il suo odore”.

Per la signora Giglio, ciò che ha convinto Tiziana a compiere un gesto così tremendo è stata la sentenza, giunta ad agosto 2016, che la obbligava a risarcire i siti internet che la ragazza aveva citato in giudizio per la diffusione del sito, con la negazione al diritto all’oblio: “Oggi continuano ancora a fare soldi sul suo nome e questa è la vergogna più grande”. Anche loro, dunque, secondo Maria Teresa Giglio, responsabili di quanto accaduto.

Racconta i periodi più bui, la signora Giglio, quelli in cui la figlia disperata non voleva più mostrarsi al mondo: “Non voleva più uscire di casa, era devastata, mi ripeteva ‘Mamma in giro mi additano, mi ripetono quella frase’. Col mio aiuto aveva iniziato a riprendersi, anche fisicamente. Ma non è bastato”.

Perché non si ripeta

Ora la madre di Tiziana non combatte solo per dare giustizia alla figlia, ma anche per il futuro di altre donne: “Mi rivolgerò al governo e alle istituzioni perché venga creata una norma che impedisca ad altre donne di vivere ciò che ha subito mia figlia Tiziana. A loro dico di fare un giusto utilizzo di internet, di stare attente” e aggiunge: “Dall’inizio di questa storia sono passati due anni e io non ho ancora il nome del colpevole, fino a quando mia figlia mi darà la forza di stare in piedi andrò avanti e chiederà giustizia per lei”.

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