Marco Pantani, la Cassazione mette il punto: "Non fu omicidio"

Marco Pantani non è stato assassinato. È questa la decisione finale comunicata dai giudici della Cassazione, dopo aver respinto l'ultimo ricorso

A tredici anni dalla morte di Marco Pantani, sembra essersi chiusa definitivamente la controversa inchiesta giudiziaria sulla morte del Pirata, avvenuta la notte tra il 14 e il 15 febbraio del 2004. È la Cassazione a mettere la parola “fine” al caso, dichiarando inammissibile il ricorso della famiglia del campione di ciclismo contro l’archiviazione dell’inchiesta bis, decisa nel giugno 2016. I supremi giudici si sono espressi chiaramente: “Non fu omicidio“.

L’inchiesta bis

Era il 2014 quando la famiglia Pantani presentò un esposto che sembrava dare concretezza a tutte quelle voci complottiste che, negli anni, si erano convinte che il grande sportivo non fosse morto per una overdose ma fosse stato assassinato. Era così stata aperta una nuova inchiesta, l’inchiesta bis appunto, questa volta per omicidio, che partiva dalle analisi del sangue di Pantani ma che, secondo il procuratore capo della Repubblica, Paolo Giovagnoli, “tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati“. Sempre secondo Giovagnoli, fermamente convinto della precisione delle indagini, il tentativo dei famigliari del “Pirata” miravano a “cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci, e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti“.


È la fine anche della lunga lotta di Tonina Pantani?

In tutti questi anni, è stata la madre di Marco Pantani, Tonina, a sostenere l’ipotesi dell’omicidio del figlio, secondo lei messo a tacere, per mezzo della simulazione di una overdose, a causa di alcuni segreti di cui Pantani sarebbe stato a conoscenza. Ciò che l’autopsia ha sicuramente rivelato è che il ciclista di Cesenatico morì a causa di un edema polmonare e cerebrale, provocato da un’intossicazione da psicofarmaci, con la presenza di cocaina come concausa. Tonina Pantani non si è mai rassegnata all’idea che suo figlio si fosse tolto la vita da solo, in quella camera del residence “Le Rose” di Rimini. Anche dopo l’archiviazione dell’inchiesta bis, aveva espresso la sua rabbia e delusione. “Il caso chiuso mi ha fatto infuriare – aveva dichiarato ai giornalisti – Più mi scontro con situazioni come queste, più mi viene voglia di andare avanti. Non ci fermeremo: voglio la verità. Spero che ora qualcuno dica quello che sa”.

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