Violentò la figlia 14enne di un'amica, condannato a 3 anni

L'uomo, di Altamura, è anche accusato per l'omicidio della figlia di 3 mesi, Emanuela Difonzo

Giuseppe Difonzo ha appena ricevuto una condanna a 3 anni per uno dei due crimini dei quali è attualmente accusato: quello di violenza sessuale nei confronti di una ragazza di 14 anni. Il 30enne, originario di Altamura, è al momento anche accusato di aver provocato la morte della figlia, Emanuela Difonzo, di 3 mesi.

Era la figlia di un’amica

La violenza sessuale nei confronti della ragazzina avvenne il 6 gennaio 2016, in occasione di uno dei ricoveri della figlia Emanuela in ospedale. La giovane era stata convinta dalla stessa madre a essere accompagnata a casa (mentre lei rimaneva in ospedale con la sua amica, la moglie di Difonzo) e in questa occasione l’uomo aveva abusato della 14enne, che aveva poi raccontato tutto.


Il processo per la violenza sessuale si è svolto in rito abbreviato. la condanna, pronunciata dal giudice di Bari Giulia Romanazzi, prevede oltre ai 3 anni di detenzione anche un risarcimento danni alla vittima, che si è costituita parte civile.

Uccise anche la figlia

La morte di Emanuela Difonzo risale alla notte tra il 12 e il 13 febbraio 2016, giorno in cui la piccola era ricoverata in ospedale. La bimba era stata soffocata con volontarietà dal padre, che aveva addirittura agito davanti agli occhi di un bambino di 3 anni, anch’egli ricoverato al Giovanni XXIII di Bari. La bambina era stata ricoverata moltissime volte per “problemi respiratori”, anche se i medici avevano riscontrato una strana anomalia: a casa la bimba pareva stesse male, mentre in ospedale stava bene.Successivamente alle indagini, si è compreso che l’uomo soffrirebbe della Sindrome di Munchausen, una particolare condizione patologica che prevede che chi ne è affetto cerchi di stimolare l’affetto e la simpatia altrui fingendosi malato.

per riuscire a compiere l’omicidio, l’uomo aveva anche abbassato il volume dello strumento che monitorava i valori fisiologici a cui era collegata la bambina, non permettendo quindi l’intervento solerte di qualcun altro. Successivamente, l’uomo aveva cercato di far ricadere la colpa sui medici, cercando anche di suscitare pietà in parenti e conoscenti.

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