Attualità ed inattualità del pensiero di Marx: Totalità, scienza e dialettica

Di Claudio Vettraino E’ impossibile in così poco tempo analizzare ciò che “di vivo o di morto” c’è nell’opera di Marx. Un’opera complessa e monumentale, che ha attraversato i secoli…

Di Claudio Vettraino

marxE’ impossibile in così poco tempo analizzare ciò che “di vivo o di morto” c’è nell’opera di Marx. Un’opera complessa e monumentale, che ha attraversato i secoli e le generazioni, rappresentando per il movimento operaio internazionale la bussola organizzativa e strategica. Un filo rosso che dura ancora oggi e che fa da movente (spesso più che simbolico) a tentativi di ricostruzione di fantomatici partiti del lavoro o fronti sociali di liberazione dalla servitù salariata. Gruppi o gruppuscoli intellettuali si richiamano a lui; tentativi oggi in atto per renderlo un “classico”, l’icona stessa di un passato che non deve tornare (quasi come se lo stesso Marx fosse responsabile diretto e non a sua volta vittima strumentale, dei disastrosi esperimenti di socialismo reale in verità quanto mai irrealizzato) e allo stesso tempo di una probabile ricomposizione epistemologica di un presente che ci sfugge, di un caos che ci attanaglia, di una crisi che mostra i denti e i lati più oscuri della cosiddetta globalizzazione neo-liberista.


Il Marx ufficiale, che serve alla borghesia e all’establishment è duplice e scisso. Il Marx “scienziato” dell’economia politica da rielaborare alle luce delle inedite trasformazioni epocali che stiamo vivendo (declino dell’occidente e ascesa asiatica e dei BRIC) e il Marx politico-rivoluzionario da gettare alle ortiche, da condannare senza pietà.

Il solito vecchio gioco delle classi dominanti che hanno paura di essere rovesciate e di perdere quel poco potere (eppure cosi influente ed oppressivo) che gli rimane. Un’operazione ideologica quella di scindere Marx in due tronconi del tutto incomunicabili, che non tiene assolutamente conto della dialettica che opera in Marx. Da buon hegeliano, per Marx era impensabile considerare la politica senza l’economia. L’universale senza l’individuale. La storia senza la natura. L’uomo senza il suo lavoro. Il denaro e la merce senza profitto e il profitto a sua volta senza alienazione né la sclerotica reificazione di tutto ciò che di umano c’è al mondo.

Ed ecco che la prima, grande innovazione marxiana – in realtà derivata da Hegel e che Lukàcs rimarcò[1] – risiede nell’analisi totalizzante di una realtà totalizzante, organica, non scindibile nelle sue parti, ma in cui le parti si fanno, sono il tutto che contribuiscono a determinare con le loro interazioni reciproche[2]. La categoria di totalità è il primo punto da rimarcare nel pensiero marxiano ancora oggi attualissimo. Non possiamo comprendere questa crisi finanziaria e produttiva del sistema capitalistico mondiale, senza riandare alle tesi di Marx, esposte con una lucidità disarmante, nei Lineamenti, in cui egli analizza i nessi dialettici che legano indissolubilmente produzione-circolazione-distribuzione e consumo. Non esistono né possono esistere nell’era del capitalismo globale, dell’Imperialismo, usando l’espressione di Lenin, crisi parziali. Ogni crisi parziale di un settore parziale, investe inevitabilmente, come la crisi epocale del ’29 dimostrò a pieno, tutti i reparti e i settori produttivi e con essi, quelli bancari e finanziari che li sostenevano. Come non esistono crisi politiche, di rappresentanza, senza crisi di un modo specifico di produzione, senza il declino di un sistema economico a cui fa riferimento. Un esempio di questo, fu il famoso biennio ‘90-‘91 (pari per i riflessi geo-politici ad una terza guerra mondiale non combattuta), in cui alla crisi e dissoluzione dell’Unione Sovietica e della politica dei blocchi, corrispose conseguentemente la decostruzione progressiva ed inevitabile di tutto un sistema di potere e di alleanze che aveva rappresentato politicamente ed ideologicamente quella spartizione imperialistica mondiale.

La realtà dunque è una totalità dialettica concreta come avrebbe detto Karel Kosik, e come tale va osservata e studiata in profondità.

L’attualità del pensiero di Marx risiede inoltre nella rivoluzione copernica da lui, assieme ad Engels, concepita e portava a termine.

Capire cioè che la storia non va studiata a partire dalle idee, dalle impressioni che vegetano nella pigra coscienza degli uomini, nei loro luoghi comuni, nelle ideologie che ne deformano la visione oggettiva dei processi reali che vivono quotidianamente. Ma occorre partire dai rapporti sociali attraverso cui gli uomini storici producono e riproducono la ricchezza sociale, dalle forme e strumenti produttivi utilizzati, dal livello medio di produttività di un paese, dai i dati materiali dell’esistenza. Solo così è possibile analizzare scientificamente le caratteristiche e le trasformazioni oggettive di un organismo sociale giunto a un determinato grado del suo sviluppo. E solo così è possibile comprendere la nascita e il germogliare nelle masse ideologie e psicologie, comportamenti individuali e collettivi, gli istinti religiosi, le mode, i gusti e le paure inconsce. Il rapporto ovviamente è dialettico. La struttura e la sovrastruttura, usando le espressioni di Marx ed Engels, si condizionano a vicenda. Il lavoro determina la coscienza sociale e la coscienza sociale determina, condiziona le forme della produzione e del lavoro. Spesso, ed è storia dei nostri giorni, le forme politiche non riflettono immediatamente, meccanicamente, le dinamiche economiche, le trasformazioni produttive, le fusioni e la creazione di trust e mercati comunitari[3].

La realtà, e questa è un’altra delle leggi dialettiche della natura, è irriducibile al pensiero, non si esaurisce del tutto e non si sottomette mai del tutto alle forme del pensiero e della scienza che la imbrigliano in leggi di movimento, oggettiva reiterabilità; mai però dogmatica e data una volta per tutte. La realtà è infinita e muta all’infinito, assumendo forme talvolta imprevedibili, inspiegabili e misteriose. Ed è per questo motivo che fare scienza della società è impresa ardua e titanica. Non è assolutamente facile dare “ordine”, regolarità legislativa al caos. Ne sa qualcosa Kant. E’ molto più semplice fare scienza di un fiore, di un insetto, di un fenomeno fisico-atmosferico, piuttosto della macchina più complessa, articolata ed enigmatica che esiste in natura; l’uomo.

Ma sta proprio qui l’attuale ed insuperabile superiorità del metodo marxiano, rispetto al vuoto formalismo delle categorie pure a-priori kantiane, l’autocoscienza del Soggetto-Idea hegeliano e l’astrattezza naturalistica dell’economia classica inglese[4]. Farsi scienza della storia; scienza del mutamento sociale. Applicare il metodo fisico-naturale galileiano “all’analisi concreta della situazione concreta” direbbe Lenin, al moto quotidiano della mondanità umana, per rintracciare nel suo divenire solo apparentemente caotico e disorganico, fluttuante ed atomistico, le leggi oggettive del suo funzionamento. Partire come asserisce della Volpe[5], dall’osservazione attenta del processo concreto, elaborare da esso un’ipotesi concreta di lavoro, verificare tale ipotesi in relazione diretta con la prassi oggettiva. Insomma, è il laboratorio della storia (e non le pigre idee degli accademici) che ha dimostrato la veridicità della teoria marxiana. La comune di Parigi e la rivoluzione russa sono lì a testimoniarlo[6].

Dunque la categorie marxiane di merce, denaro, classe, mercato, valore, lavoro, stato, politica, e via discorrendo, non sono semplici parti ideali della mente di Marx ed Engels. Ma viceversa, astrazioni scientifiche, impresse ed rielaborate nella coscienza di Marx ed Engels dal movimento stesso della storia, successivamente dimostrate al suo cospetto. La storia per Marx ed Engels non è un semplice dibattito tra idee. Se fosse così, disse Marx, il comunismo scientifico avrebbe già “vinto” da secoli. La storia è lo scontro oggettivo di forze politiche ed economiche in lotta perenne tra loro, per far valere i propri interessi a danno degli altri. Anche se la propaganda del neutralismo sociologico e delle famose “convergenze parallele”, dell’interclassismo, ci hanno da decenni abituati e convinti del contrario. Il comunismo non vincerà come un bel ideale ma imporre dall’alto al mondo intero. Non bisogna convincere le masse della necessità storica del comunismo. Sarà il movimento stesso del sistema capitalistico, le sue intime ed insanabili contraddizioni tra una produttività sempre più socializzata, di dimensione ormai globale e l’appropriazione del profitto derivante dalla produzione-circolazione-distribuzione-consumo dei prodotti sempre più individuale (ormai nelle mani di poche multinazionali), le crisi sempre più acute e violente che il capitalismo farà passare all’umanità intera (di cui abbiamo già oggi un assaggio preciso), che determineranno inevitabilmente (attraverso l’ausilio di un partito radicato in grado di dirigere ed organizzare le masse su specifiche parole d’ordine), la presa di coscienza della necessità del passaggio a una forma “superiore”, finalmente razionale e razionalizzata di produzione sociale, in cui secondo la famosa descrizione di Marx, “ognuno darà secondo le proprie capacità e riceverà secondo i propri bisogni”, in cui chi produce realmente la ricchezza sociale ne godrà i benefici gestendola autonomamente e collettivamente, senza odi ed invidie di classe. Lo stato, come rappresentante estraneo rispetto all’intero corpo sociale della divisione in classi della società, si estinguerà, così la politica in quanto gestione della divisione in classi della società.

L’umanità ritornerà a se dopo essersi alienata nel capitalismo, nella sua mercificazione alienante, come ente allo stesso tempo naturale e sociale.

Questo era il programma della Comune di Parigi e questo la comune ha realizzato. Così come i primi tempi della rivoluzione russa prima di implodere, data l’arretratezza economica e politica, al ritorno di fiamma dello zarismo sotto le mentite spoglie della controrivoluzione staliniana.

Abbiamo descritto un Marx scienziato. Ma di una scienza particolare. La scienza dialettica. Marx unisce in sé l’epistemologia scientifica galileiana e la fluidità rivoluzionaria ed anticonformistica della dialettica hegeliana. La sua forza, testimoniata dallo stesso Marx nel poscritto alla seconda edizione de Il Capitale, risiede proprio nel concepire ogni positività come negazione di se stessa, come antitesi della sua tesi, costruzione della propria decostruzione, denuncia del proprio darsi, annullarsi del proprio esistere[7]. La superiorità inalienabile della dialettica risiede nella sua intima natura di creatività diveniente, metamorfosi trasformativa incessante. Negatività costruente in fieri. Ed è questa stessa dialettica che fa vedere la merce in Marx come unità dialettica inscindibile di valore d’uso e valore di scambio; del valore d’uso come valore di scambio. Il lavoro astratto come lavoro concreto; il plusvalore e lo sfruttamento salariato dovuto all’intensificazione della produttività del lavoro e del dominio incontrollato su di esso del capitale mondiale, le contraddizioni insanabili del modo di produzione capitalistico (quella fondamentale tra produzione associata e appropriazione individuale) così come le sue crisi cicliche sempre più virulente ed allargate a scala mondiale, la socializzazione globale delle medesime condizioni di alienazione (un mercato mondiale produce classi mondiali aventi stessi interessi ai quattro angoli del globo), il terreno fertile ed insuperabile entro cui formulare, delineare ed organizzare il passaggio storico al comunismo[8].

E’ il capitalismo che permette, pone le condizioni economiche, politiche e sociali del comunismo. Ma ciò non basta. Non è sufficiente credere nel messianesimo rivoluzionario. Occorre un movimento, un partito organizzato e radicato nel territorio che sappia dare concretezza, oggettività strategica a questa immanente necessità. Qui nasce il nucleo originario del leninismo, del partito bolscevico e dell’utopia politica del Novencento.

Riassumendo: totalitàscienza e dialettica sono i tre cardini del pensiero marxiano e della proposta politico-epistemologica, dell’analisi critica della società capitalistica, attraverso definire l’utopia progressiva di un “già non ancora” tutto da costruire.

L’attualità di Marx è sotto i nostri occhi. Nell’assurdità brutale di un sistema – quello borghese – non più in grado di dare risposte, soluzioni possibili, idee, valori, ad un umanità sempre più attonita e spaventata, in preda alla paura e agli istinti più oscuri. Il nazionalismo dilaga in tutta Europa. La xenofobia ritrova terreno fertile anche in comunità tradizionalmente impermeabili a dette ideologie, che fanno della biologia e del darwinismo sociale i loro cavalli di battaglia.

L’ascesa e il declino delle grandi potenze e delle loro aree di influenza, determinate dallo sviluppo ineguale del mercato mondiale (zone che crescono perché assicurano maggiori percentuali di profitto e zone che decrescono perché non riescono più ad assicurare, per vari motivi, quelle quote di plusvalore tradizionalmente acquisite); la perdita di terreno del nucleo occidentale originario del capitalismo a danno del Pacifico e dei BRIC, sono tutti fattori che fanno ipotizzare una nuova spartizione e forse una nuova guerra mondiale, rimarcando con forza l’analisi marxista delle relazioni internazionali, così come la necessità di dare nuovo slancio e vigore all’internazionalismo proletario, dell’unione mondiale dei salariati come alternativa al barbarie di domani.

E’ una sfida inimmaginabile per mole ed impegno. A tratti impensabile eppure sempre più attuale ed urgente. Sono le dinamiche stesse del mercato mondiale, il quale procede e si evolve attraverso crisi, che ne pongono la necessità. Così come, ben inteso, la Prima Internazionale ai tempi di Marx o la Terza ai tempi di Lenin[9]. In tempi in cui, ricordiamo, la classe operaia non era così numerosa e capillare (le stime ufficiali parlano di un miliardo e mezzo di salariati nel mondo), né istruita né concentrata di megalopoli, né in grado di collegarsi telematicamente, né viaggiare come oggi.

L’inattualità del pensiero di Marx non risiede tanto, come abbiamo visto, nelle opere di Marx stesso[10]. Né in quelle di Engels o di Lenin. Certamente vanno rivisitate e rielaborate alla luce delle trasformazioni oggettive e della nuova fase storica. Ma la loro presunta inattualità si annida perniciosamente nei goffi tentativi portati avanti da opportunistici burocrati della penna, da intellettuali da salotto, da accademici di “belle arti” che attraverso Marx sperano di ritornare sulla cresta dell’onda e vendere magari qualche copia in più, ingegnandosi nel rendere superata a tutti i costi l’analisi e la critica rivoluzionaria di Marx, depotenziandone la valenza intrinsecamente ed oggettivamente politica; rappresentante teorico di un movimento che c’è, esiste ancor oggi (solo in Europa i lavoratori nell’industria sono il 70% del totale della forza lavoro impiegata, altro che scomparsa della classe operaia), anche se non ha coscienza di sé, della sua esistenza, della sua forza[11].

Da Dubai agli Stati Uniti, dall’Europa al Sud America, dall’Asia alla Russia, dall’Africa all’estreme regioni della Patagonia, vi è un unico mercato mondiale. Un’unica classe mondiale. E il comunismo come antidoto all’Imperialismo neo-liberista (dominio di trust mondiali prodotti dalla fusione del capitale industriale e quello bancario[12]), alle politiche del debito, alle banche d’affari e alle loro agenzie di reting, al precariato di massa e alla finanziarizzazione dell’esistenza.

Non ci sono dubbi. Il secolo di Marx, il secolo che nel Manifesto del Partito comunista datato 1848 descrive così bene assieme ad Engels (tanto da essere scambiati per profeti visionari), è qui sotto i nostri occhi e lo viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle.

Il nostro dovere è quello di comprenderlo con le armi teoriche, il metodo d’indagine scientifica che ci hanno lasciato in eredita per travolgerne alla radice i malati rapporti di forza e non per ammirarne in silenzio, assecondarne con timidi bisbigli il lento ed inesorabile declino.








[1] Cfr. su questo G. Lukàcs, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1967





[2] Cfr. su questo K. Marx, Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica, 2 vv., a cura di Enzo Grillo, Nuova Italia, Firenze 1968.





[3] Vedere ad esempio la crisi di un Europa che da mercato economico-finanziario comune, non riesce a farsi voce politica, estera, militare comune. Al piano strutturale non corrisponde mai meccanicamente il piano sovrastrutturale. Anzi, c’è sempre una spaccatura tra i due piani. E il marxismo è proprio la scienza che colma e dimostra questo iato, ne dà visione e coscienza totale. Marx ebbe a dire: “se la forma e la sostanza dei fenomeni fossero tutt’uno non ci sarebbe bisogno di scienza.”





[4] Cfr. K. Marx. Teorie sul plusvalore, Editori riuniti, Roma 1993





[5] CfrGalvano della Volpe, Logica come scienza storica, Roma, 1949





[6] Quelle poche volte che Marx parlò della società comunista, lo faceva sempre con enorme imbarazzo, proprio perché, da scienziato, non poteva fare previsioni su di un mondo ancora avvenire, da costruire. E’ per questo che intitolò la sua opera più importante Il capitale e non Il comunismo. Ma appena vide La comune di Parigi, l’opera straordinaria della classe operaia parigina, le sue forme di autogestione e di pianificazione collettiva della produzione, capi che era quella la forma politica “compiuta” (per quei tempi) del dominio, di quella che chiamò “la dittatura del proletariato”, il passaggio dal dominio dell’uomo sull’uomo alla gestione razionale delle cose per i bisogni umani.

Sempre in riferimento all’epos della Comune, Engels ne L’Anti-duhring parlò, in pagine sontuose, dell’estinzione della macchina statale, della sua burocrazia, dell’esercito sostituito dalla milizia popolare, della politica come gestione di una lotta di classe ormai superata con il superamento della divisione in classi della società. Il primo germe insomma di società socialista. Un epos storico che arrivò fino a Lenin e che riempì i capitoli più interessanti di Stato e rivoluzione. Il filo rosso che lega La comune alla Rivoluzione russa sta proprio in quella forma politica, in quel potere costituente (che non si esaurisce mai nel suo potere costituito) che La comune di Parigi provò fosse possibile ed attuabile. La comune non è altro che la verifica pratica, storicamente determinata dal movimento reale, dalle oggettive contraddizioni capitalistiche (la guerra franco-prussiana portò milioni di proletari sotto le armi, rendendoli con ciò pericolose sostanze infiammabili, così come la prima guerra mondiale sul fronte orientale), delle ipotesi scientifiche formulate da Marx ed Engels molti decenni prima. Non vi è in loro una pura e semplice autocoscienza di un fenomeno avulso dalla storia così come si affrettavano ad ipotizzare i socialisti utopisti. Ma la necessità di partire dal’analisi della realtà e ritornare ad essa dopo la verifica pratica della stessa. Ciò dimostra che il marxismo definito da della Volpe come “galileismo morale” , astrazione determinata, circolo C-A-C, risulta ancor oggi attuale, seppur alle volte schiava di arrugginiti formalismi ed eccessive forzature ideologiche. Estremizzazioni che vanno certamente rimosse in relazione alla fase attuale, ai soggetti politici e alle forme di relazione oggi in campo.





[7] Cfr. K. Marx, Il Capitale, vol. 1, a cura di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1973.





[8] Ed è per questo che il comunismo scientifico non era pensabile nel medioevo, all’interno di una formazione economico-sociale non in grado, concettualmente e materialmente, di elaborare una simile teoria. E questo dimostra come la scienza, il pensiero, siano prodotti determinati di determinate epoche storiche. O meglio, il pensiero del comunismo c’era già, solo in forme ideali e primitive. Una sorta di “coscienza infelice” per dirla con Hegel, non ancora pienamente e realmente cosciente di sé come progetto di liberazione dell’umanità intera dalle catene della servitù salariata.





[9] Sfide che dobbiamo, a mio avviso, ancora oggi comprendere nella loro piena e concreta portata storica, nei risultati realmente e complessivamente conseguiti al di là delle loro forme fenomeniche. Per parlare di inattualità, è il caso di riflettere sui numerosi tentativi di associare i disastrosi esperimenti dei cosiddetti “socialismi reali” (in realtà irrealizzati), dei vari capitalismi di stato spacciati per comunismo (URSS, DDR, Albania, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, ecc), alle teorie di Marx, Engels e Lenin. Un discorso vecchio ed usurato, che da trent’anni tenta di screditare l’intera analisi politica e della teoria dello stato marxiana (presente in Marx e in Lenin, con buona pace di Bobbio e Colletti); una teorizzazione che andrebbe ripresa con forza, così come quella delle classi, sostituita ideologicamente dalla sociologia del ceto e dalla condizione. E’ davvero inconcepibile che ci sia ancora gente convinta che in Albania, così come nel blocco orientale, ci fosse il comunismo e che i suoi “profeti” fossero Marx, Engels e Lenin. Ora, è evidente che quei regimi si rifacessero, inopinatamente, alle teorie di Marx. Ma non possiamo né dobbiamo attribuire a Marx simili responsabilità. Così come non possiamo né dobbiamo attribuire a taluni scritti di Nietzche la nascita e l’origine del nazionalsocialismo. Ispirarsi o strumentalizzare una teoria, fare di un uomo concreto un mito, un simulacro muto che non può difendersi, solo per avere una copertura ideologica atta ai propri scopi di dominio e oppressione, non significa renderlo correo delle malefatte compiute in suo nome. Occorre fare pulizia. Bisognerebbe fare una discussione profonda e radicale su questo, per sgombrare il campo una volta per tutte da queste costruzioni ideologiche costruite ad hoc.





[10] Forse il suo unico limite, come ci ricorda Agnes Heller, è di essere stato un uomo dell’Ottocento (colpa che va attribuita al fatto che Marx è nato ed è stato un uomo del suo tempo), di aver cioè costruito un sistema teorico e politico basato sulla fiducia nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità, di aver abbracciato con troppa sicurezza e naturalezza il positivismo del suo tempo, ignorando (ovviamente) temi che emergeranno solo con il Novecento, come la psicologia, e la questione ambientale. Un limite, ripetiamo, non attribuibile a Marx. Come Hegel arrestò la sua Fenomenologia ai tempi di Napoleone, perché questo era il suo orizzonte storico determinato ed insuperabile, così Marx analizzò come scienziato, non come mago né profeta, il suo mondo, la società capitalistica che aveva di fronte ai propri occhi, non potendo andare oltre né ricamare astratte ricette per l’avvenire. Anche se già ne I Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Einaudi, Torino 2004), Marx si sofferma sul tema ambientale, oggi diremmo ecologico. Descrisse il comunismo come l’unica costellazione sociale in grado di riunificare organicamente l’uomo alla natura dopo aver superato l’alienazione e la reificazione del capitalismo, dopo aver finalmente pianificato razionalmente e diretto la produzione non al profitto sfrenato ma ai veri e concreti bisogni umani. Finché la società sarà retta dalla valorizzazione incessante del valore, del capitale come accumulazione allargata su scala mondiale, finché la quantificazione vincerà sulla qualificazione, finché l’uomo sarà cosa e la cosa uomo, la natura sarà sempre estranea e nemica dell’uomo. Solo nel comunismo, il lavoro trasformerà armonicamente la natura e l’uomo si sentirà parte di essa come specie, tornerà a sé come ente naturale generico. Sta anche qui, come asserirono puntualmente due grandi teorici marxisti come Giuseppe Prestipino (cfr. Natura e società, Editori Riuniti, Roma 1973) e Sebastiano Timpanaro (Sul materialismo e Il rosso e il verde), l’attualità del pensiero marxiano. Il comunismo è la vera e concreta risoluzione del conflitto millenario tra uomo e natura. Tra produzione ed ecologia, con buona pace delle tendenze oggi operanti che si richiamano a Malthus (che Marx distrusse già nella metà dell’Ottocento) e alle usurate teorie della decrescita.





[11] Lenin ebbe a dire che il proletariato mondiale sarebbe una potenza tra le potenze se solo prendesse coscienza di esserlo e di organizzarsi teoricamente e politicamente a tal fine.





[12] Cfr. l’insuperabile saggio popolare di Lenin, Imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1972