Il sinodo sulla famiglia giunge a conclusione ed il responso finale segna una svolta storica per la Chiesa, e con un solo voto di scarto passa la proposta bergogliana di rivedere i canoni della comune famiglia cattolica: comunione ai divorziati, resta il no alle unioni gay, ma c’è una fievole apertura all’idea d’integrare nella comunità omosessuali.

Il sì è passato con 178 voti, su di un quorum che ne richiedeva almeno 177, dando definitivamente via libera all’iniziativa di Papa Francesco, che prevede una maggiore apertura della Chiesa nei confronti dei divorziati risposati.

Tuttavia nella stesura finale del sinodo è proprio la parola “comunione” a non figurare, le intenzioni sarebbero apparse troppe esplicite, ad ogni modo la sostanza del concetto “integrazione” resta, ed è quella che rappresenta il reale cambiamento, nonché una posizione estremamente progressista della sentenza sinodale.

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La comunione, infatti, non sarà concessa a tutti, al parroco resterà il diritto di discernere a seconda dei casi: sarà il confessore, in altre parole, a stabilire se il fedele, date le sue circostanze di divorzio e conseguenziali seconde nozze, meriti o meno l’ostia e quindi la comunione con Cristo.

Quello della famiglia resta comunque un tema estremamente delicato, ma molto caro a Bergoglio, ma il cambiamento era ormai nell’aria almeno da due anni, su due delle questioni più controverse che si collegano all’argomento, ovvero l’integrazione all’interno della comunità dei divorziati e l’omosessualità tra le schiere dei fedeli.

Oggi, al fine di un lungo scontro tra rigoristi e riformisti, Papa Francesco vince la sua battaglia e con un quorum di due terzi raggiunge il suo più importante obbiettivo: dare l’opportunità di mantenere un contatto con la comunità e con Cristo, a chi ne è stato escluso, per ragioni di vario genere o natura che lo ha condotto a sovvertire le leggi ecclesiastiche e a tradire i proprio voti.