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Gli effetti del voto del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea non sta affondando solo le quotazioni della sterlina, ma sta anche facendo uscire fuori il peggio della politica.

toriesI Tories hanno cavalcato la Brexit e ora ne pagano le conseguenze

David Cameron è colpevole di aver fatto uscire fuori lo scheletro dall’armadio: un Regno spaccato, sull’orlo del baratro economicamente e politicamente, per non parlare della frattura sociale emersa dal voto della Brexit. Mentre le borse puniscono la sterlina, in caduta libera nei confronti dell’euro, l’ex premier ha deciso che non starà a lui invocare il tanto temuto articolo 50 del Trattato di Lisbona per iniziare le procedure di uscita dall’area europea.

Il terribile compito toccherà al prossimo primo ministro indicato dal partito tory, uscito vincitore dalle elezioni del 2015: il problema è che il partito conservatore sembra incapace di indicare un successore. Mentre i suoi stessi membri, molti dei quali avevano fatto una campagna per il “Leave”, sembrano incapaci di confrontarsi con il risultato delle urne, i conservatori sono in piena fronda interna. L’erede designato di Cameron, Boris Johnson, uno dei principali sostenitori del divorzio tra Londra e Bruxelles, sembra tentennare di fronte alla prospettiva, da lui auspicata da sempre, di calcare i gradini di Downing Street da primo ministro in questa situazione di totale incertezza.

L’alternativa potrebbe essere Theresa May, la quale si è messa di traverso sulla scalata di Johnson al comando dei tories: la Segretaria di Stato per gli Affari Interni, europeista, potrebbe rubare la scena all’ex sindaco di Londra e quindi provare a evitare la Brexit

La crisi politica colpisce anche i labour: è guerra civile

Non che in casa laburista le cose vadano meglio: la Bbc sintetizza la situazione parlando di “guerra civile” all’interno del Labour, i cui ministri ombra si sono dimessi e si affilano le armi per buttar giù Jeremy Corbyn, leader del partito.

Il quale non è disposto a mollare la presa così facilmente, soprattuto in vista delle prossime elezioni: “Mi dispiace che ci sia chi si è dimesso dal mio governo ombra, ma non tradirò la fiducia di chi ha votato per me. Chi vuole un cambiamento di leadership si dovrà confrontare in elezioni democratiche e io mi candiderò”, la sua dichiarazione.

Ma i pezzi grossi non sono disposti a rendergli la vita facile, molti gli hanno tolto il sostegno e aspettano di avere il loro momento per ascendere alla guida del partito. Come andrà a finire è impossibile prevederlo, certo è che la Gran Bretagna non è mai stata così confusa: una delle più solide democrazie della storia sta affrontando la peggior crisi di sempre senza che emerga qualcuno in grado di prendere in mano il timone e dare una direzione al Regno Disunito.

vertice leaderLa Merkel prende tempo per evitare la Brexit

Da parte dell’Europa lo scenario è altrettanto caotico.

 Dalle prime dichiarazioni di Juncker sembrava chiaro che il Presidente della Commissione voleva un divorzio rapido: “Ci aspettiamo che il governo inglese dia effetto alla decisione il più velocemente possibile“, aspirazione troncata da Angela Merkel, la quale vuole dare una chance a chi non vorrebbe dar seguito alla scelta presa nelle urne. La Cancelliera tedesca prende tempo, sperando di tenere unita l’Unione con la Gran Bretagna dentro, strategia che di fronte alla decisione di Cameron di aspettare per chiedere ufficialmente l’uscita potrebbe avere successo. Nel frattempo partono gli incontri tra i leader europei: Matteo Renzi incontra Merkel e Hollande e chiede “una svolta”, dopo lo shock della vittoria del “Leave“, a questo punto messa in dubbio.

Si stanno studiando dei modi per evitare il peggio, come spiega Justin Frosini, professore del dipartimento Studi giuridici dell’Università Bocconi, che individua un’altra scappatoia: “Potrebbe invece accadere che una volta inviato l’atto di notifica dell’articolo 50 e rinegoziati tutti i rapporti con la Ue, l’accordo finale sia sottoposto a un nuovo referendum. Dando la possibilità di un ripensamento ex post sul Brexit“.

Gli inglesi ci ripensano e la Scozia preme sulla ferita

In questo caos istituzionale si inseriscono altri fattori che fanno ben sperare per un ribaltamento della Brexit: dalla Scozia chenicola sturgeon ha colto la palla al balzo per accentuare la divergenza ormai strutturale con il resto della Gran Bretagna e in cui la vittoria del “Remain” è stata netta, alla raccolta firme per evitare l’effetto di un referendum di cui gli inglesi capiscono le conseguenze solo adesso.

La premier scozzese Nicola Sturgeon ha detto chiaro e tondo che il suo Paese potrebbe essere la chiave per bloccare l’uscita: “La mia sfida, ma anche la mia responsabilità come premier, è cercare di negoziare per proteggere gli interessi della Scozia” che si tradurrebbe nel “tentare di impedire di essere trascinati fuori dall’Ue contro il nostro volere“, dentro o fuori dal Regno non importa.

Mentre Google registra un boom di ricerche sull’Unione post referendum: le ricerche sulla Gran Bretagna e l’Europa hanno avuto un’impennata a urne chiuse, domande come “Cos’è l’Unione Europea” e “Cosa implica uscire fuori” sono state le più digitate dagli inglesi, che prendono atto solo adesso della decisione che loro stessi hanno voluto. Questa consapevolezza potrebbe tradursi in un passo indietro  rispetto alla Brexit che non sembra più una prospettiva così allettante.