Licenziamenti per malattia: conteggiati anche sabato e domenica

Se una persona è in malattia ed ha sfruttato quasi tutti i giorni di assenza che il contratto consente, non può allungare la permanenza a casa anche il sabato e la domenica. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione lo scorso 24 novembre.

Licenziamento per malattia

Durante il congedo si può essere licenziati per due motivi: per aver superato il periodo di comporto oppure per scarso rendimento. Il comporto è il limite massimo di giorni che il contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) consente al lavoratore di conservare. Ogni dipendente infatti, grazie al comporto, può tutelare il proprio posto di lavoro anche durante l’assenza per un periodo di malattia, una volta scaduto questo termine, se il dipendente non torna immediatamente in azienda, può essere licenziato senza bisogno che il datore di lavoro dimostri la giusta causa.

Se invece il lavoratore non supera il periodo di comporto, può essere licenziato per scarso rendimento, nel caso in cui la sua assenza crei un serio danno all’azienda. In tal caso, però, il datore di lavoro deve dimostrare la concretezza del danno.

La sentenza

La Corte di Cassazione, sezione lavoro, il 24 novembre ha stabilito, nella sentenza n.

24027/2016, riguardo il licenziamento per il superamento del comporto, che in presenza di una serie di certificati medici che prevedono il riposo dal lunedì al venerdì, vanno calcolati come giorni di assenza anche il sabato e la domenica.

L’interruzione della malattia si ha dal giorno in cui il lavoratore riprende concretamente a lavorare. Questo accade perché è necessario tenere conto anche dei giorni non lavorativi che cadono nel periodo di malattia, in quanto si presume che l’assenza sia dovuta alla malattia stessa.

La presunzione di continuità della malattia opera sia per le festività e i giorni non lavorativi che cadono nel periodo della certificazione, ma anche nel caso di sequenza di certificazioni mediche che prevedono il riposo dal lunedì al venerdì.