Alisa Shevchenko. È questo il presunto nome della ragazza che si cela dietro il profilo Twitter @badd1e. È questa la presunta identità a capo della Zorsecurity, una delle società di sicurezza informatica sanzionate e messe al bando da Obama in quanto considerate affiliate al Gru, l’intelligence militare russa. Stando al mondo degli analisti, però, Alisa è molto di più: si tratta di un vero e proprio genio della cyberwar, una pedina protagonista di quel mondo segreto, romantico e nascosto di cui la serie tv Mr. Robot ci ha dato una cinematografica visione.

Parola all’imputato

Dal canto suo Alisa smentisce questa connessione con Putin attraverso una intervista ottenuta dal The Guardian attraverso un complesso sistema di mail crittografate.

Alisa, che per sua stessa ammissione dichiara di star scrivendo da “un posto in campagna a poche ora da Bangkok“, ha commentato la delicata percezione internazionale di questa guerra che scorre sul filo dei bit e per trincee scavate su fibra ottica.

Un errore di valutazione

Stando alla giovane professionista del settore, gli Stati Uniti avrebbero sbagliato ad interpretare la geografia e la geopolitica della cyberwar, gonfiando iperbolicamente il ruolo degli hackeraggi russi in modo indebito e spropositato, in modo analogo alla posizione del presidente eletto Donald Trump.

Quando però le si chiede se e quanto sia vero che ad hackerare il comitato del Partito Democratico sia stato il gruppo di hacker russi Fancy Bear, Alisa sguscia via dalla domanda e dirotta il discorso dove lei vuole. Su Twitter la Shevchenko poi scriverà quanto segue: “Al Guardian che mi chiede quali siano i miei piani ora, rispondo: “Prendere dell’Lsd e camminare in un parco nazionale senza sicurezza”“.

Passati confusi

Sullo stesso social lei si definisce una “tipica geek introversa“, una “Miss Robot” che ha frequentato tre diverse università prima di approdare nel 2004 alla Kaspersky Lab, nota e famosa società russa di cybersicurezza, fino a mettersi in proprio fondando la Zorsecurity poi bollata da Obama.

Resta ancora un dilemma, tanto per i media quanto per l’immaginario collettivo e la legge, se catalogarla come black hat, hacker votato esplicitamente alla criminalità, oppure una grey hat, professionista prestata di volta in volta in uno schieramento piuttosto che l’altro e senza agganci fissi con i servizi segreti russi. Lei, ad ogni modo, si scagiona dalle accuse: “Più volte sono stata avvicinata da persone che lavorano per il governo russo, è chiaro. Ma non ho mai accettato le loro proposte“.