borsellino

Paolo Borsellino muore il 19 luglio del 1992, un assassinio di mafia si dirà poi, insieme alla sua scorta in Via D’Amelio, ma fondamentale è ricordare il lavoro fatto dal magistrato che ha lottato ed è morto cercando di estirpare Cosa Nostra.

La giovinezza a Palermo

Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio del 1939, solo qualche mese dopo Giovanni Falcone. Crescono entrambi nel quartiere di origine araba di Palermo, dove vivevano professori e tutta la media borghesia della città. I due sono amici già molto tempo prima che le rispettive carriere e la lotta alla mafia li unissero. Borsellino frequenta il liceo classico e si distingue per i suoi ottimi voti e la sua incredibile memoria.

Dopo il liceo si dedica agli studi di legge in cui, ovviamente, eccelle fino a laurearsi a 22 anni. Voto di laurea 11o e lode.

L’inizio della carriera

Paolo Borsellino comincia a lavorare nel tribunale civile di Enna nel ruolo di uditore giudiziario. Nel 1968 sposa Agnese Piraino Leto, con lei avrà 3 figli. Nel 1969 lavora con Emanuele Basile, capo dei carabinieri. Questo fu uno dei suoi primi scontri con la mafia: Basile viene ucciso nel 1980 proprio dalla mafia. Borsellino resta molto toccato dalla sua morte tanto da commentare: “Mi hanno ammazzato un fratello“.

Una guerra

Tra 1981 e i primi del 1982 comincia una delle fasi più sanguinose della guerra di mafia: solo a Palermo si contava un morto ogni tre giorni. Furono gli anni del successo di Riina: uno dei primi a cadere il 30 aprile 1982 è stato Pio La Torre, membro della Commissione antimafia. Dopo di lui anche il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre, viene ucciso con la moglie Emanuela Setti Carraro. Il 29 luglio 1983 viene ucciso Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione di Palermo.

 Proprio dopo la sua morte viene istituito il pool antimafia, il gruppo di giudici istruttori creato per occuparsi esclusivamente dei reati di stampo mafioso: il gruppo comprendeva sia Falcone che Borsellino.

Il pool antimafia lavora bene e a gran ritmo: ottiene testimonianze importanti come quelle di Salvatore Contorno e di Tommaso Buscetta che portarono a centinaia di ordini di cattura e di arresti. Paolo Borsellino, insieme alla sua famiglia, viene poi trasferito all’Asinara per lavorare all’istruttoria del Maxiprocesso. Quel periodo fu uno dei più duri: Borsellino racconta che alla fine lo Stato chiese ai magistrati di pagare il conto di quel soggiorno durato ben 33 giorni. La più colpita da quel periodo è stata la figlia di Borsellino, che aveva solo 15 anni, e arrivò a pesare appena 30 chili. Il Maxiprocesso alla fine si conclude con 360 condanne e 114 assoluzioni; era il 16 dicembre 1987 e nel frattempo Borsellino era stato trasferito a Marsala.

La fine del pool

Le tensioni tra il pool antimafia ed il Consiglio Superiore della Magistratura amareggiano Paolo Borsellino. Antonino Meli, infatti, viene nominato capo del pool e assegna a magistrati esterni al pool le inchieste di mafia. Borsellino ormai è tornato a Marsala e la nomina di Meli ha amareggiato, ancora più di Borsellino, Giovanni Falcone.

Comincia per Totò Riina il momento della vendetta dopo l’ergastolo a cui fu condannato nel Maxiprocesso. Poco tempo dopo si compie la strage di Capaci. Siamo al 23 maggio: Falcone perde la vita insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta. Paolo Borsellino sa che da quella strage ogni momento può essere quello della sua morte. Lavora molto e si oppone alla revisione del Maxiprocesso che avrebbe potuto portare alla fine del 41bis per Totò Riina.

La strage di Via D’Amelio

Era il 19 luglio del 1992 quando Paolo Borsellino decide di andare a fare visita alla madre che abitava in via Mariano D’Amelio, a Palermo. Poi alle 16.58 tutto si ferma, un’esplosione risuona nel capoluogo. Una Fiat 126 imbottita di tritolo aspettava il passaggio del magistrato: uccise lui e cinque uomini della sua scorta. Erano passati 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone.

Insieme a Borsellino persero la vita Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Emanuela Loi aveva 24 anni ed era la prima donna assegnata a obiettivi a rischio; quel giorno non avrebbe dovuto essere lì, era stata aggregata alla scorta solo all’ultimo. Agostino Catalano era il più grande, aveva 43 anni, si era da poco risposato e aveva due figli. Vincenzo Li Muli aveva solo 22 anni, era il più piccolo. Aveva chiesto lui di entrare nella scorta subito dopo la strage di Capaci, ma non aveva detto niente ai suoi genitori. Il giorno della sua morte, la madre venne a sapere della morte di Borsellino e della scorta dalla televisione, ancora non sapeva che tra quelli c’era anche suo figlio. Walter Eddie Cosina aveva 31 anni e anche lui dopo Capaci si era offerto volontario per entrare nelle scorte. Aveva un figlio piccolo. Claudio Traina aveva 27 anni, ed era anche lui padre di un bambino che aveva meno di 1 anno.

Solo uno degli uomini della scorta sopravviveva: Antonino Vullo stava parcheggiando una delle auto di scorta quando il tritolo portò via i suoi compagni. Anni dopo racconterà: “Il giudice è sceso dalla macchina e si è acceso una sigaretta. I ragazzi si sono messi a ventaglio intorno a lui per proteggerlo, come sempre. Sono entrati nel portone, poi… sono uscito dall’auto distrutta. Ho camminato e camminato. Ero disperato, vagavo. Gridavo. Ho sentito qualcosa sotto la scarpa. Mi sono chinato. Era un pezzo di piede. Mi sono svegliato in ospedale. Ogni volta, quando cade l’anniversario, sto malissimo“.

La famiglia del magistrato rifiutò i funerali di Stato, Agnese era in aperto conflitto con le autorità e li accusava di non aver fatto di tutto per difendere il marito. I funerali comunque avvennero il 24 luglio, a salutare il magistrato c’erano 10mila persone.