borsellino

Non solo colleghi, ma anche amici, che lo conoscevano personalmente, o che hanno collaborato con lui. Oggi, a 25 anni dalla strage di via d’Amelio, in cui ha incontrato la morte Paolo Borsellino, i giudici onorano la sua memoria. Tra loro c’è Pietro Grasso, Presidente del Senato ed ex procuratore nazionale antimafia, che ha collaborato con Falcone e Borsellino al Maxiprocesso. Dal Consiglio Superiore della Magistratura, riunito in plenaria, arrivano le parole di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, il cui fratello, Piersanti, è stato assassinato da Cosa Nostra.

Il ricordo viene tenuto vivo, nonostante i tentativi da parte dei nemici dello Stato di infangare la memoria di chi ha lottato contro la Mafia e ha perso la vita.

È il caso di Rosario Livatino, il giudice “ragazzino”, ucciso a 38 anni dai proiettili dei clan nel 1990. Ieri la stele in suo onore ad Agrigento è stata spezzata, proprio alla vigilia dell’anniversario della morte di Borsellino.

Pietro Grasso: “Caro Paolo…”

Il Presidente del Senato ricorda non solo il collega con cui ha collaborato per il Maxiprocesso di Palermo, ma l’uomo che ha conosciuto. Nel suo libro, Storie di sangue, amici e fantasmi, edito da Feltrinelli ed uscito proprio in corrispondenza del 25esimo anniversario delle morti dei giudici, in una lunga lettera in postfazione si rivolge a Borsellino e ricorda chi era davvero.

Gli anni del Maxiprocesso, per Grasso, sono stati i migliori, “quelli in cui ho conosciuto il Paolo che più mi piace ricordare, dedito al lavoro e allo stesso tempo pieno di allegria, consapevole dei rischi ma pronto a godere dei piccoli piaceri di una vita normale, solitamente preclusi a chi vive scortato”.

Cercando di far capire ai lettori cosa significhi vivere sotto scorta, Grasso racconta un aneddoto che oggi, sapendo quello che è successo, fa venire il groppo in gola: “Ricordo quando ti incontrai mentre guidavi da solo la tua auto blindata: eri fuggito dalla scorta per comprare le sigarette.

Provai a rimproverarti, ma con il solito sorriso che usavi per sdrammatizzare mi rispondesti: ‘Devo pur lasciare uno spiraglio nel sistema di protezione. Se mi devono ammazzare, voglio che abbiano la possibilità di colpire solo me‘. Mi chiedesti di accompagnarti ai grandi magazzini lì vicino, e osservai il piacere che provavi in quei minuti di libertà indugiando tra i banconi, comprando cose futili e rifiutando la cortesia di chi, avendoti riconosciuto, voleva cederti il posto in coda alle casse“.

L’intervento di Sergio Mattarella al Csm

Chi ha conosciuto da vicino la crudeltà di Cosa Nostra è il Presidente della Repubblica, il cui fratello, Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, venne ucciso a colpi di pistola nel 1980. Mattarella ha parlato di come gli omicidi mafiosi siano ancora velati da una sorta di “omertà statale”, la verità non è mai venuta alla luce e le vittime hanno avuto una giustizia a metà. Su Borsellino, il Capo dello Stato ha dichiarato oggi: “La sua tragica morte, insieme a coloro che lo scortavano con affetto, deve ancora avere una definitiva parola di giustizia. Troppe sono state le incertezze, gli errori che hanno accompagnato il cammino della ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio. E ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferati“.

Nella sua lotta alla mafia, ricorda Mattarella, Borsellino sapeva di non trovarsi di fronte a un mostro invincibile, ma “un fenomeno criminale che può essere sconfitto. Sapeva bene che per il raggiungimento di questo obiettivo non è sufficiente la repressione penale, ma è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità“.

Lo sfregio alla stele di Livatino

La memoria di un’altro giudice è tornata sulle pagine dei giornali, purtroppo non per onorarne la vita spesa al servizio della giustizia. Rosario Livatino è stato ucciso ad Agrigento nel 1990, a soli 38 anni. La stele in suo onore, che si trova nel luogo dove è stato assassinato, è stata sfregiata in un barbaro atto di codardia, pochi giorni dopo la decapitazione del busto di Giovanni Falcone. Ad essere danneggiato è stata la parte con il nome, perfettamente in linea con la strategia della rimozione della memoria degli eroi dello Stato. Ricordare che qualcuno ha avuto il coraggio di opporsi alla mafia e quello che è successo quando le persone hanno deciso di unirsi per estirpare la “mala pianta”. La procura ha aperto un’indagine e si sospetta che possa esserci proprio la mafia dietro questo vilipendio.