borsellino strage di via d'amelio

Cosa è successo veramente quel 19 luglio del 1992 in via D’Amelio? I dubbi restano e tornano a galla a 25 anni dalla scomparsa di Paolo Borsellino. Di errori nelle indagini sulla morte del magistrato ha parlato anche ieri il Capo dello Stato. A puntare il dito, però, contro un sistema che ha voluto deviare le indagini è la figlia di Borsellino, Fiammetta. La quale parla dei colleghi del padre, dei poliziotti e di tutti i conoscenti prima della strage: “Si sono dileguati tutti“.

Fiammetta Borsellino: l’accusa ai magistrati di Caltanissetta

Durante l’audizione alla Commissione Antimafia, a cui ha partecipato, Fiammetta Borsellino ha squarciato il velo su come sono state condotte le indagini sulla morte del padre.

Che si debba indagare sui depistaggi mi pare scontato”, ha dichiarato, “Sono stati buttati via 25 anni, anni di pentiti costruiti con lusinghe o torture”. Non solo i pentiti, Borsellino a Il Corriere della Sera, individua anche le responsabilità dei magistrati di Caltanissetta: “Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…“.

Proprio quel Di Matteo individuato come possibile ministro in un governo 5Stelle.

Il quale dichiarò, di fronte alle accuse, di essere stato molto giovane: “Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi, che sia chiaro“, ha ribattuto Fiammetta.

Borsellino è stato lasciato solo

Fiammetta Borsellino ricorda anche che il padre, durante le sue indagini, è stato completamente abbandonato. Anche dopo la sua morte, quell’allontanamento da una figura scomoda è stata totale. “Mio padre fu lasciato solo in vita e dopo. Dovrebbe essere l’intero Paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità. Ma sembra un Paese che preferisce nascondere verità inconfessabili“, ha dichiarato nell’intervista.

Poi, dopo i funerali, i conoscenti di sempre sono scomparsi: “Nessuno si fa vivo con noi. Non ci frequenta più nessuno. Né un magistrato. Né un poliziotto. Si sono dileguati tutti. Le persone oggi a noi vicine le abbiamo incontrate dopo il ’92. Nessuno di quelli che si professavano amici ha ritenuto di darci spiegazioni anche dal punto di vista morale“.

L’inferno in via D’Amelio

Come raccontato da Fiammetta Borsellino, il padre era interessato ai “legami tra mafia, appalti e potere economico“. Il giudice Borsellino stava scavando a fondo e cercava di portare alla luce i segreti inconfessabili che riguardavano l’apparato statale in anni di grande incertezza. Giuseppe Garofalo, all’epoca capopattuglia della volante 32, che partecipava alla scorta di Borsellino, racconta dello strano incontro poco dopo l’esplosione. “Potevamo essere spazzati anche noi in via d’Amelio, perché generalmente la pattuglia faceva da apripista alla scorta di Borsellino. Ma quel pomeriggio non fummo chiamati dalla centrale operativa per accompagnare il giudice a casa della madre, chissà perché“, racconta il poliziotto a La Repubblica.

Lui è arrivato poco dopo la terribile deflagrazione: “Ricordo che abbiamo soccorso la mamma di Borsellino. Poi, io sono sceso in strada, di corsa. Il capo pattuglia della 21 stava già accompagnando in ospedale il superstite della scorta, Antonino Vullo. Io mi aggiravo in quell’inferno. Su un muro c’erano i resti di un collega, per terra la sua mitraglietta M12 sciolta per il terribile calore dell’esplosione. Per terra, quello che restava del procuratore Borsellino“.

Il misterioso uomo dei servizi segreti

Come evidenziato dalla stessa Fiammetta, agenti, feriti, soccorritori si sono riversati nella strada, cancellando tutte le possibili prove per risalire agli attentatori. Tra quelle persone c’era anche un “fantasma” con una richiesta ben precisa. “All’improvviso, quasi senza accorgermene mi ritrovo davanti quell’uomo ben vestito che chiede della borsa del giudice. È un attimo, un frame nella mia testa. Oggi, quell’uomo con la giacca è una persona che resta senza volto, i ricordi sono confusi“, racconta Garofalo.

È lo stesso personaggio ad identificarsi come uno dei servizi segreti quando l’agente glielo chiede: “Si aggirava attorno alla blindata del procuratore Paolo Borsellino, chiedeva della borsa del giudice, l’ho subito fermato. ‘Scusi, chi è lei?’. Ha risposto: ‘Servizi segreti’. E mi ha mostrato un tesserino. L’ho lasciato andare, capitava spesso che sulla scena dei delitti di Palermo ci fossero agenti dei Servizi, non mi sono insospettito. Ma adesso mi chiedo chi fosse davvero quell’uomo“.