antibiotici

C’è chi stima a un milione i morti all’anno nell’Unione Europea per malattie infettive entro il 2025, c’è invece chi ne pronostica addirittura 10 milioni entro il 2050: l’attenzione alla resistenza agli antibiotici che ormai molti batteri hanno sviluppato preoccupa non poco. Dopo decenni di uso smodato, ormai gli antibiotici sembrano non funzionare più a dovere, con la loro efficacia che andrà scemando sempre più.

Sono già 500mila i morti per antibiotico resistenza

È l’Organizzazione mondiale della Sanità a pubblicare un allarmante rapporto sui casi di infezioni resistenti agli antibiotici, riportando già mezzo milione di decessi a livello mondiale a causa dell’antibiotico-resistenza.

Un numero che messo a confronto con i decessi per cause non infettive – infarti, inctus, tumori sono causa del 70% dei decessi su scala mondiale – all’apparenza fa tirare un sospiro di sollievo, segnalando però anche che i batteri delle più comuni infezioni stiano sviluppando una sempre più evoluta barriera contro gli antibiotici.

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Credits: Ok Salute

Nel Vecchio Continente i dati non sembrano essere confortanti. Di questo passo, secondo l’Associazione Dossetti che ha lanciato il convegno “Superbugs 2050, il countdown è iniziato”, entro poco tempo potremmo contare almeno un milione di morti ogni anno per infezioni che pensavamo fossero ormai sotto controllo.

Ma ad abbozzare stime ancora più sconvolgenti è uno studio promosso dal governo del Regno Unito: entro il 2050 la resistenza agli antibiotici potrebbe uccidere addirittura 10 milioni di persone. 

Il rapporto dell’Oms

Proprio per tale motivo l’Oms ha lanciato il sistema di sorveglianza Global Antimicrobial Surveillance System – GLASS – nell’ottobre del 2015 per mappare e trovare contromisura per arginare il problema. Al Glass aderiscono 52 paesi, di cui 25 sono considerati ad alto reddito, 20 a reddito medio e 7 a basso: per il primo rapporto, pubblicato negli scorsi giorni, i dati sui sistemi di sorveglianza provengono da 40 degli stati che partecipano al progetto.

Solo 22, però, quelli che invece hanno fornito all’Oms informazioni relative ai livelli di resistenza agli antibiotici.

Come era pronosticabile, i dati variano da malattia a malattia, da paese a paese: in alcuni stati, la resistenza dei batteri a uno dei più comuni antibiotici, nei pazienti che ne sono affetti, varia tra lo zero all’82%. L’Escherichia Coli non viene abbattuto dalla ciprofloxacina con una percentuale che varia tra l’8% e il 65%, mentre la penicillina oscilla tra lo zero e il 51% nei diversi paesi che hanno fornito i dati.

Una situazione grave a livello mondiale

Il rapporto specifica che i batteri che al momento stanno registrando più resistenza ai batteri sono l’Escherichia Coli, la Klebsiella pneumoniea, lo Stafilococco aureo e lo Streptococco pneumoniae. Discorso a parte per il batterio della TBC: l’Oms ogni anno infatti fornisce un rapporto a sé stante a riguardo, dopo aver implementato la sorveglianza su tale infezione in 188 paesi negli ultimi 24 anni. In occasione dell’ultimo, risalente al 2016, i casi di multiresistenza ai farmaci contro la tubercolosi sono stati 490mila.

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Credits: La Voce d’Italia

Dati che preoccupano non poco i vertici dell’Oms. Marc Sprenger, direttore del Segretariato della resistenza antibiotica non usa mezzi termini: “Il rapporto conferma la grave situazione di resistenza agli antibiotici in tutto il mondo. Alcune delle infezioni più comuni al mondo, e potenzialmente più pericolose, si stanno dimostrando resistenti ai farmaci“. Sprenger spiega anche che gli agenti patogeni destano ancora più allarme, poiché non rispetterebbero i confini nazionali: “Ecco perché l’Oms sta incoraggiando tutti i paesi a istituire buoni sistemi di sorveglianza per rilevare la resistenza ai farmaci in grado di fornire dati a questo sistema globale”.

La coordinatrice del nuovo sistema di sorveglianza dell’Organizzazione, Carmem Pessoa-Silva, è convinta che il rapporto rappresenti già un ottimo strumento per fare il punto della situazione e correre a eventuali ripari: “La sorveglianza è agli inizi, ma è fondamentale svilupparla se vogliamo anticipare e affrontare una delle più grandi minacce alla salute pubblica globale“, ha specificato.

Come si sviluppa la resistenza dei batteri

La resistenza che i batteri sviluppano nei confronti dei farmaci è sostanzialmente di tre categorie: naturale, acquisita e trasferibile. La seconda è quella che occorre in una specie batterica su cui inizialmente l’antibiotico fa effetto, ma che col tempo sviluppa una sua “immunità” a ciò che prima lo debellava. Ciò accade per adattamento o, come nella maggior parte dei casi, perché il microrganismo effettua una vera e propria mutazione genetica.

L’abuso di farmaci sta man mano agevolando una mutazione dei geni dei batteri, che si replicano a tempi record e in un’ora diventano milioni: con questa replicabilità, la possibilità che una mutazione abbia esito positivo sono molte.

Il caso europeo: in Italia percentuali di resistenza tra le più alte

 

Ogni anno, in Europa si contano 4 milioni di infezioni che portano alla morte 37mila individui. In Italia, peraltro, la resistenza dei batteri registra tra i dati più alti nel vecchio Continente come specifica l’Istituto superiore di Sanità che ha lanciato la sua sorveglianza sull’antibiotico resistenza. Tra i pazienti italiani, almeno una percentuale che oscilla tra il 7 e il 10 per cento presenta un’infezione multiresistente, con 284mila individui che vengono colpiti da infezioni contratte in ospedale.

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Tra i batteri più resistenti in Italia troviamo la Klebsiella pneumoniae che non risponde quasi a tutti gli antibiotici che dovrebbero contrastarla, compresi i carbapanemi. La resistenza della Klebsiella è attestata al 34%, percentuale record in Europa insieme ai dati forniti da Grecia e Romania. Numeri simili per l’Escherichia Coli – 30%  di resistenza alle cefalosporine di terza generazione e  43% ai fluorochinoloni – nuovamente tra i dati europei più alti. Allarme anche per le infezioni che colpiscono pazienti in terapia intensiva o reparti simili (Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter spp) e per lo Staphylococcus aeurus che resiste sempre più alla meticillina (Mrsa) con percentuali tra il  33-34%. La penicillina, poi, ha ormai la metà della sua efficacia contro lo Streptococcus pneumoniae. Infine, grande preoccupazione destano gli enterococchi che non rispondono più alla vancomicina nel 13% dei casi.

Sotto accusa l’uso smodato di antibiotici

 

Ma come siamo arrivati a una simile situazione? Senza dubbio il nostro uso smodato di farmaci e antibiotici ha contribuito al tracollo della loro efficacia, ma il dito viene puntato anche contro gli allevamenti intensivi di animali e il settore alimentare. Per gli antibiotici nel cibo che finisce sulle nostre tavole, il Direttore generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del Ministero della Salute Silvio Borrello spiega che “Ci sono degli obblighi, dei divieti, il rispetto delle regole comunitarie e nazionali. Esiste anche il piano nazionale per il controllo dei residui e vengono verificati. E devo dire che il nostro Paese è stato sempre estremamente attento e i livelli di positività sono stati estremamente bassi”.

maiale antibiotici

Sulla questione animali, Borrello afferma il lancio di “una campagna affinché ci sia un uso prudente e responsabile, sensibilizzando sia i veterinari che gli stessi consumatori, che i proprietari di piccoli animali“. Per tracciare l’uso dei farmaci, in Italia verrà introdotta dal prossimo settembre la tracciabilità completa con ricetta elettronica, “ma già dal primo gennaio su base facoltativa può essere impiegata“, spiega Borrello. “E noi lo stiamo facendo anche attraverso una sperimentazione nel settore suinicolo dove abbiamo verificato le condizioni di biosicurezza, il consumo del farmaco e la salute animale e abbiamo visto come interagiscono. Aumentando i livelli di biosicurezza c’è una maggiore salute degli animali e un minor consumo dei farmaci“.

La protesta contro il piano del Ministero della Salute

Ad opporsi al quadro esposto dall’esponente del Ministero della Salute sono 20 associazioni che hanno siglato una lettera per criticare il piano di contrasto all’antimicrobico resistenza in Italia. Secondo i firmatari, infatti, nel piano mancherebbe la riduzione dell’utilizzo a scopo preventivo degli antibiotici. “L’obiettivo di riduzione dell’utilizzo di antibiotici è fissato al 30%, noi chiediamo che venga effettuato al 70%”, spiega Annamaria Pisapia, direttrice di Compassion in World Farming Italia. “Questo perché l’Italia è uno dei grandissimi utilizzatori di antibiotici negli allevamenti, soprattutto quelli intensivi“. Come spiega Pisapia, in Italia l’uso di farmaci per chilo si attesta a 359 milligrammi, il doppio della media europea.

Viene inoltre mancato l’obiettivo di proibire l’utilizzo profilattico routinario degli antibiotici negli allevamenti”, che per secondo Pisapia rappresenta una delle maggiori cause della resistenza degli antibiotici. Come soluzione, si propone il miglioramento delle condizioni di animali e allevamenti, allontanandosi così dagli allevamenti intensivi che vanno per la maggiore nel settore alimentare e di cui abbiamo parlato approfonditamente in alcuni precedenti articoli.

Il parere di un esperto

L’antibiotico resistenza in medicina umana è sia un problema a sé stante sia strettamente correlato a ciò che accade negli allevamenti intensivi poiché i farmaci vengono assunti dalla persona anche attraverso l’ingestione di cibo“, spiega il Dottor Luca Sacchini, intervistato dal portale Cronache Fermane. “Inoltre, è stato stimato che fino al 90% degli antibiotici consumati dagli animali sono escreti nell‘ambiente circostante e nelle acque di scolo. Nel 2016, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto l’uso degli antibiotici nel settore allevamenti come una delle cause primarie di antibiotico resistenza“.

Per i proprietari di allevamenti intensivi, che hanno a che fare con un’enorme popolazione di animali (e di conseguenza con una maggior probabilità di diffusione batterica) la salute del loro allevamento è essenziale. Ciò ha condotto ad un uso degli antibiotici come misura preventiva piuttosto che come trattamento di infezioni esistenti”, spiega ancora Sacchini. Ma un modo per invertire la rotta c’è, come dimostrato dalle norme introdotte nei paesi scandinavi negli ultimi 20 anni: “Possiamo evincere come l’uso di questi farmaci nei paesi scandinavi (Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca) è fino a 100 volte inferiore a quello di altri paesi Europei come Spagna, Cipro e Italia. Negli anni 90 e primi 2000 le nazioni scandinave eliminarono gradualmente l’uso degli antibiotici come promotori della crescita: ciò ha portato di conseguenza ad un significativo declino anche nel loro uso terapeutico. Questi paesi mantengono livelli molto bassi di uso di antibiotici sia tramite delle buone pratiche di allevamento (che riducono quindi la necessità di trattamenti), sia tramite norme restrittive“.