Alienazione genitoriale: cos'è e perché se ne parla in questi giorni

Allontanare l'altro genitore dal figlio tramite pratiche coercitive: quando le denunce sono giuste e quando si va incontro a drammi famigliari (come la strage di Latina)

In Italia esiste un forte dibattito, in ambito giuridico e psicologico, contro una dinamica disfunzionale particolarmente controversa che si chiama Sindrome dell’alienazione genitoriale. In sintesi, tale dinamica si verificherebbe quando in casi di separazione o divorzio in presenza di minori, un genitore allontana l’altro facendo indirette pressioni psicologiche sul figlio: tali pressioni consisterebbero in denigrazioni dell’altro genitore, bugie mirate a mettere il genitore alienato in cattiva luce e comportamenti che porterebbero a privare figlio e genitore alienato di momenti passati insieme.

Questa dinamica viene spesso aspramente criticata dalle associazioni che lottano per la difesa delle donne, perché molto spesso sono padri violenti a denunciare le mogli o compagne per alienazione parentale. In quei casi, però, la decisione di allontanare l’uomo dai figli è in realtà, spesso, una forma di tutela degli stessi da parte della madre, che ha paura delle azioni incontrollate del compagno. Ultimamente, si è parlato di alienazione genitoriale in merito alla terribile vicenda della strage di Latina: lo scorso 28 febbraio, il carabiniere Luigi Capasso ha fatto irruzione nella casa della moglie, sparando e ferendo la donna e poi uccidendo a bruciapelo le due figlie piccole. Dopo ore di trattative con la polizia l’uomo, che si era barricato nell’appartamento, si è ucciso.


Richard Gardner, pioniere della PAS

Il primo a parlare di alienazione genitoriale o PAS è stato il medico statunitense Richard Gardner, nel 1985: Gardner sosteneva che nei casi di alienazione di un genitore il minore sviluppasse delle disfunzionalità a livello psicologico. Teoricamente, la tesi di Gardner non si potrebbe applicare, come dallo stesso dichiarato, in casi in cui il genitore “allontanato” sia stato violento nel contesto familiare. La tesi di Gardner non ha avuto però moltissimo successo a livello mondiale perché non esisterebbero studi che dimostrano un vero e proprio legame tra alienazione genitoriale e conseguenze sul minore.

Dal canto suo, Richard Gardner ha sempre difeso le sue tesi. Le accuse a suo carico sono molte: di difendere padri violenti, di non poter dimostrare la validità delle sue tesi. Sul sito alienazione.genitoriale.com è riportato un documento redatto da Gardner in cui lo stesso replica ad alcune delle accuse a lui fatte, e ci sono alcune dichiarazioni fondamentali: “Non c’è dubbio che sono stato coinvolto in alcuni casi in cui si sono verificate tali tragedie. Non differisco in questo dalla grande maggioranza degli altri psichiatri che praticano da oltre 40 anni”, dice davanti all’accusa di provocare casi di omicidio o suicidio. Sul fatto che il medico tenda ad attaccare le donne, lui replica: “Io in genere consiglio che le madri che inducono PAS lieve e moderata mantengano la custodia primaria. Solo quando PAS è grave, o sta progredendo rapidamente verso il livello grave, e la madre è il principale responsabile, consiglio un cambio di custodia”.

padre figlioImmagine di repertorio


In Italia, nei tribunali

In Italia, la situazione è complicata. Nel 2012, come riportato dall’associazione D.i.Re, l’Istituto superiore di sanità ha preso le distanze dalla PAS: “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.

A livello giuridico, l’atteggiamento è diverso: la PAS non viene riconosciuta come sindrome, bensì come illecito giuridico, e viene usato come strumento che può far pendere l’ago della bilancia a vantaggio del genitore che se ne definisce vittima. A quel punto il Tribunale dovrebbe verificare la presenza di alienazione da un punto di vista giuridico, quindi sulla base di elementi, fatti, registrazioni, dichiarazioni. Di fatto la PAS finisce spesso nei tribunali, e molto di frequente invocata da genitori violenti.

Abbiamo parlato con Marino Maglietta, Presidente dell’associazione Crescere Insieme, che ci ha spiegato cosa accade davvero in un tribunale davanti a una denuncia per alienazione: “Non c’è una regola, dipende dal magistrato, la materia non è disciplinata in modo preciso quindi dipende dalla formazione culturale e dall’orientamento ideologico del magistrato”. Maglietta parla di “confusione tra fenomeno e sua trattazione a livello scientifico accademico” e di una certa superficialità nella trattazione dello stesso da parte dei magistrati: “Esistono naturalmente casi di rifiuto motivati, ci può essere un genitore abusante, ma non si può negare che esista la manipolazione solo perché non si può chiamare sindrome”.

A riprova di uno squilibrio, Maglietta cita un fatto: “Da quest’anno la modulistica dell’istat è cambiata, perché ci si è accorti che la legge sull’affidamento condiviso è violata dalla magistratura, non osservata, quindi ha modificato sia le domande del questionario, sia le istruzioni”. Il mancato rispetto dell’equilibrio tra genitori favorirebbe la creazione di una figura dominante e una debole ed è un fatto oggettivo che le istituzioni se ne siano accorte.

E il legame alienazione-violenza? Maglietta qui risponde con un dato: “Quello che è dato sapere è che dalle dichiarazioni dei pm risulta che nel 70% circa delle denunce di abusi, l’abuso è falso”. Secondo il Prof. Maglietta: “Quello che si dovrebbe fare ma rarissimamente si ha il coraggio di fare è togliere potere al genitore alienante. Quello che succede è che si procede sì con l’allontanamento e con i servizi sociali, ma mantenendo la collocazione presso il genitore alienante, perché si pensa in buona fede che sia uno strappo troppo forte per il bambino essere allontanato da questo genitore con cui ha un rapporto così stretto”.

padre figlioImmagine di repertorio


Troppo sangue versato

Tornando a Luigi Capasso, l’uomo aveva presentato un esposto in cui denunciava il fatto che la moglie gli impediva di vedere le figlie, mentre lui invece cercava in tutti i modi di avere un legame con loro. I fatti, però, raccontano una storia diversa: innanzitutto l’epilogo (il duplice omicidio delle figlie e l’aggressione alla moglie) palesa quanto l’uomo fosse effettivamente pericoloso per la donna, Antonietta Gargiulo, e le figlie. In secondo luogo, non è assolutamente vero che la donna cercasse di allontanare l’uomo dalle figlie, anche se aveva paura di lui: nella telefonata tra i due coniugi diffusa dai media, si sente la donna dire: “Io prego…Sappi che io e loro, questo le obbligo, a pregare per te..Questo glielo dico..’Pure una Ave Maria per papà la dovete dire sempre”, e si sente sempre la Gargiulo cercare di convincere la figlia maggiore, che è riluttante, a venire al telefono per parlare con il papà. A tale proposito, Maglietta ritiene che la colpa di determinate situazioni sia sempre la superficialità con cui le autorità affrontano denunce di questo genere: “In queste circostanze occorrerebbe disporre un’indagine di tipo penale per capire quale dei genitori si è comportato male. Caso per caso si dovrebbe approfondire, cosa che invece effettivamente viene fatta in modo molto superficiale”.

Il Professor Maglietta ha fatto una critica alle modalità di applicazione dell’affidamento condiviso: “In condizioni di affidamento condiviso la frequentazione dovrebbe essere equilibrata, il che impedirebbe a monte che si crei i condizionamento, capisce (…) Se si applicasse correttamente la legge 54 sull’affidamento condiviso, si ridurrebbe drasticamente il numero di queste situazioni“.

Quello di Luigi Capasso non è il primo caso di padre violento che denuncia l’alienazione genitoriale: si ricordi ad esempio il caso di Federico Barakat, 8 anni. Federico era figlio di un padre violento che, dopo la separazione dalla compagna, si era appellato alla PAS e aveva ottenuto successo: la donna era stata definita “esagerata” nelle sue richieste d’aiuto e protezione, nonostante denunce di stalking e di violenze subite. Si era deciso per una serie di incontri protetti tra Federico e l’uomo. Nel 2009, durante uno di questi incontri, l’uomo aveva ucciso il bambino.

In America la PAS non è stata inserita del DSM 5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. La Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne ha tirato le orecchie all’Italia, dove capita spesso che venga stabilito l’affido condiviso anche in coppie in cui si sono verificati casi di violenza. Nel nostro Paese la strada è ancora lunga, pare: sul sito Donnexdiritti la psicologa Elvira Reale, che ha grande esperienza in casi di violenza di genere, ha raccontato di come spesso si instaurino meccanismi viziati, soprattutto nelle aule di tribunale: “Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima”. In un contesto del genere in cui la relazione minore-genitore viene difesa a qualunque costo (a prescindere dai comportamenti pregressi dello stesso) è ovvio che un marito violento veda nella PAS un’arma. Sempre Reale parla proprio di questo, dicendo: “La PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli”. Una madre picchiata e che ha subito abusi, grazie alla PAS, viene talvolta screditata: dopotutto, dà da pensare il fatto che nonostante due esposti, episodi di violenza pubblica e una situazione di violenza pregressa riscontrabile, Luigi Capasso potesse non solo vedere liberamente moglie e figlie senza alcun provvedimento restrittivo, ma potesse anche essere in servizio come carabiniere e tenere con sé un’arma.

È un fatto reale, però, la proposta di legge che l’avvocato Giulia Buongiorno sta preparando e che renderebbe perseguibile, a livello penale, l’alienazione genitoriale come illecito. Davanti alle critiche che alcuni hanno avanzato in merito a tale proposta, la Buongiorno ha risposto in un’intervista al sito Alienazione Genitoriale: “So dalla mia esperienza di avvocato che esistono genitori che denigrano l’altro genitore e impediscono i contatti con i figli. Queste sono due condotte reali e di questo si parla”.