vaccino anti cancro Ronald Levy Stanford

I ricercatori della Stanford University stanno facendo passi avanti su quella che potrebbe essere una nuova cura per il cancro. Il dottor Ronald Levy, oncologo e membro del Stanford Cancer Institute, guida la ricerca insieme alla dottoressa e specializzanda in Medicina Idit Sagiv-Barfi: i due medici sono convinti che la cura che stanno sviluppando potrebbe portare alla guarigione di tutti i tipi di tumore che abbiano intaccato il sistema immunitario.

La cura di Levy e Sagiv-Barfi è infatti inserita in quelle che vengono chiamate immunoterapie e consiste nell’inserimento della massa tumorale di un mix di due agenti immunostimolanti che, come un vaccino, andrebbe a stimolare il sistema immunitario affinché impari a riconoscere e a distruggere il tumore.

Una terapia innovativa che non avrebbe né gli effetti collaterali né i costi delle terapie convenzionali. Sperimentato a lungo sui topi, ora il “vaccino” di Levy e Sagiv-Barfi è passato alla sperimentazione sugli esseri umani.

Come funziona il “vaccino” anticancro

La sperimentazione di Levy e Sagiv-Barfi fa riferimento a un campo della ricerca medica che si chiama “prime and boost”, ovvero educa e stimola il sistema immunitario a, prima, riconoscere un determinato tipo di tumore e, poi, ad attivare di conseguenza un’azione specifica da parte del sistema immunitario.

Come funziona: nella fase di educazione i medici iniettano una minuscola quantità di due agenti immunostimolanti all’interno della massa tumorale andando ad attivare le cellule T, ovvero cellule altamente specializzate nel riconoscere una determinata forma di tumore. Le cellule T riconoscono le proteine anormali presenti nelle cellule tumorali e possono così attaccare il tumore. A quel punto, e qui inizia la fase della stimolazione, il sistema immunitario del paziente avrà imparato a riconoscere le cellule maligne presenti nell’organismo e andrà a reagire allo stesso modo in tutto il corpo, attivando cioè le cellule T che attaccano il tumore.

In questo mondo i medici hanno visto regredire le forme tumorali da 87 topi su 90 sottoposti alla sperimentazione.

Ronald Levy e Idit Sagiv-Barfi

Ronald Levy e Idit Sagiv-Barfi. Foto: Steve Fisch

La sperimentazione: prima sui topi, ora sugli esseri umani

I ricercatori di Stanford hanno prima iniettato il “vaccino” su un campione di 90 topi a cui erano stati impiantati due tumori in due differenti regioni del corpo.

Gli effetti della cura sarebbero evidenti non solo nel tumore in cui sono stati iniettati gli agenti immunizzanti, ma soprattutto anche nell’altro non trattato. “Le immunoterapie stanno cambiando la medicina. Il nostro approccio si basa su un’applicazione singola di una piccola quantità di due agenti immunostimolanti all’interno del tumore stesso. Nei topi abbiamo riscontrato che gli effetti positivi della cura si espandono in tutto il corpo dell’animale”: ha spiegato il dottor Levy in un articolo pubblicato sul sito web della Stanford University. Dei due agenti che compongono il “vaccino” uno ha già avuto l’autorizzazione alla sperimentazione sull’essere umano.

L’altro ha ricevuto il via libera all’inizio di quest’anno permettendo ai ricercatori di Stanford di passare alla seconda fase della sperimentazione del “vaccino” per cui sono stati selezionati 15 pazienti con una diagnosi di linfoma non-Hodgkin.

vaccini tumore

Immagine di repertorio

I vantaggi rispetto alle terapie convenzionali

Dai risultati della sperimentazione sui topi i dottori Levy e Sagiv-Barfi ritengono che il “vaccino” potrà essere in futuro utilizzato per curare tutti i tipi di tumore.Non ritengo ci siano limiti sul tipo di tumore che questa terapia potrebbe curare in futuro” ha dichiarato Levy nell’articolo pubblicato sul sito web della Stanford University.

I vantaggi di questa nuova terapia rispetto alle tradizionali chemio e radioterapie sarebbero la rapidità della cura e una diminuzione della spesa che il paziente dovrebbe sostenere. “Questo approccio bypassa la necessità di identificare i target immunitari specifici del tumore e non richiede l’attivazione massiccia del sistema immunitario o la modifica delle cellule immunitarie di un paziente“: spiegano i due ricercatori. Inoltre, il “vaccino” renderebbe minimo anche il rischio di effetti collaterali conseguenti le terapie convenzionali poiché non andrebbe ad alterare le cellule nella loro composizione interna.