7 anni di guerra in Siria: bilancio e storia di un disastro umanitario

Città millenarie distrutte, armi chimiche sui civili, la fuga di un popolo senza casa: storia di un Paese fantasma di cui si parla tanto e si comprende poco

353.900 e 7: due numeri molto diversi e distanti che però, fino a questo momento, condensano il dramma della Guerra in Siria. Il primo è il conteggio ufficiali dei morti,  che secondo le stime difetta di almeno altri 150mila decessi, il secondo è il numero degli anni passati dall’inizio delle proteste, inizialmente pacifiche, che poi hanno portato agli scontri che hanno sventrato città millenarie, cancellato la memoria di un popolo intero, fatto versare un enorme fiume di parole sui perché e i come questa guerra dovesse cessare. Ma che cos’è, esattamente, la guerra in Siria? Com’è nata? Come siamo arrivati alla situazione attuale? Che cosa c’entra l’Isis con il regime di Assad? Per rispondere a queste domande, bisogna evocare altri numeri, quelli di una data: era il 15 marzo 2011, e la Siria stava per diventare, citando l’Onu, lo scenario del “peggior disastro umanitario dalla Guerra Fredda“.


Tutti gli articoli sulla Siria

Siria, la nazione in “stato di emergenza”

Per capire come mai nel 2011 il popolo siriano cominciò a sollevarsi contro Bashar al Assad, attuale Presidente del Paese, è bene fare un passo indietro fino al 1962, quando in Siria viene indetto uno stato di emergenza che, di fatto, è perdurato fino ai giorni nostri. La decisione venne presa dopo anni di forte instabilità politica, successivamente allo smantellamento della RAU, la Repubblica Araba Unita, nel 1961. Seguirono diversi colpi di stato fino al 1963: l’8 marzo di quell’anno arriverà il golpe decisivo: sale al potere Ba’th, un partito creato negli anni ’40 da un cristiano, un sunnita e uno sciita alawita. Già decisivo nella destabilizzazione della precedente situazione politica, il partito appena salito al potere ridisegna il governo del Paese con un “Comando Rivoluzionario del Consiglio Nazionale”, la cui maggioranza dei membri era stata scelta tra le file dell’esercito e dei funzionari civili. Nasce una nuova classe dirigente siriana ma al contempo vengono sospesi, grazie al persistente stato di emergenza, buona parte dei diritti dei cittadini siriani.

Hafiz al-AssadHafiz al-Assad, padre di Bashar al-Assad


Nel Ba’th e nel nuovo governo siriano comincia a farsi largo una figura che si rivelerà cruciale per la storia del Paese: Hafiz al-Assad, padre di Bashar, sarà infatti determinante nell’egemonia che il suo partito conquisterà cancellando di fatto qualsiasi antagonista politico. Nel 1966, Ba’th è l’unico partito di governo e al-Assad si porta a casa la poltrona di ministro della Difesa. Ma non finisce qui: 4 anni dopo, al-Assad scalò i gradini del potere, arrivando alla guida del partito e di conseguenza alla Presidenza di tutta la Nazione. Con il suo governo la Siria ritrova stabilità, almeno economicamente parlando, ma il prezzo è alto: come gran parte dei leader mediorientali, Assad senior crea un culto della personalità su cui si erge quella che se non è una dittatura poco ci manca.

Il governo ha un solo partito ed è repressivo nei confronti degli oppositori politici: grande tolleranza è invece riconosciuta alle minoranze religiose, specie quella alawita di cui al-Assad è un seguace. Ad inizio anni Ottanta, però, sarà proprio la troppa libertà religiosa a portare a un’insurrezione dei Fratelli Musulmani, duramente repressa dall’esercito: ancora oggi è difficile quantificare un numero preciso di vittime, ma c’è chi ne stima almeno 10mila, chi invece ne conta 40mila, soprattutto civili.

Da Hafiz al Hassad a Bashar

Stiamo per arrivare ai giorni nostri: negli anni Novanta il regime di Assad senior tenta un avvicinamento con l’Occidente alle prese con il grattacapo Iraq. La Siria sostiene l’operazione Desert Storm contro Saddam Hussein e fa prove di pace con Israele. Assad però comincia ad accusare problemi di salute: capendo che la sua malattia al cuore non gli consentirà di governare ancora a lungo, nel 1999 nomina suo successore il figlio Bashar: scoppiarono alcune proteste, fomentate soprattutto dai sostenitori del fratello di Hafiz, che sperava nella presidenza. Alla sua morte, nel giugno del 2000, Bashar gli succede portando a casa il 99,7% dei voti, grazie a un emendamento speciale che abbassava l’età minima presidenziale ai suoi 34 anni.

bashar al assadBashar Al-Assad


I primi anni di presidenza di Bashar devono far fronte alla spinta indipendentistica della minoranza curda nel nord del Paese. Dopo una manifestazione sedata nel sangue nel 2004, le proteste dilagarono in tutto il Paese trovando la dura repressione del regime di Damasco. Bashar, inoltre, rivede il filo-occidentalismo del padre, cambiando fronte nella diatriba sull’Iraq schierandosi apertamente a favore di Saddam Hussein e appoggiando organizzazioni viste poco di buon occhio a Occidente come Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. Nonostante la giovane età, Bashar continuerà a vietare la libertà di stampa e la formazione di partiti di opposizione, continuando a controllare rigidamente il popolo siriano.

L’inizio delle rivolte

2011: la Primavera araba si diffonde in Maghreb e nei Paesi musulmani che danno sul Mediterraneo, Siria compresa. Dai social network partono iniziative per svolgere manifestazioni pacifiche di protesta contro il governo centrale e sebbene Assad inizialmente si dica convinto che siano arrivati tempi di nuove riforme per la popolazione, fa di tutto per censurare social network e internet. Il divieto di usare i social cadrà di lì a poco, con Facebook che potrà essere usufruito senza nemmeno le limitazioni precedenti: c’è chi vede nella mossa di Assad una voglia di concedere maggiori libertà al popolo, chi invece pensa che lasciare i social liberi permetterà al governo un maggiore controllo sulle intenzioni della popolazione.

Le manifestazioni, in ogni caso, in Siria stentano a richiamare in strada folle oceaniche rimanendo sempre molto pacifiche. Il 18 marzo però le cose precipitano a Dar’a, capoluogo di una delle regioni più povere del Paese, dove le proteste diventano di massa. Immediata arriva la reazione veemente dell’esercito e si contano diversi morti. Le sommosse di Dar’a contagiano anche le città di Latakia e Samnin: nella prima città, durante i funerali delle vittime della rivolta, la gente darà fuoco alla sede del partito di Assad. Le proteste continuano sino a fine marzo, con morti tra i manifestanti e tra le forze dell’ordine. Assad promette nuove riforme per riportare la pace: scioglie il governo e nomina un nuovo premier, Adel Safar, vuole abbassare le tasse e alzare i salari, abbassa il periodo di leva a 18 mesi ma non basta. Le proteste continueranno anche ad aprile, contagiando tutte le più grandi città del Paese.

rivolta siriaUna delle prime manifestazioni in Siria, 2011


 

Dar’a è la capitale del malcontento e l’esercito la cinge d’assedio. Anche nella vera capitale Damasco cominciano gli scontri tra civili e forze dell’ordine, con la repressione della protesta che coinvolge anche Baniyas e Homs. Per tutto il mese di maggio il governo tenta di piegare i manifestanti e i morti continuano a salire vertiginosamente, toccando il migliaio. Assad comincia ad accettare alcune condizioni dei manifestanti e il 21 aprile cancella lo stato di emergenza. Di lì a poco comincerà l’incubo di sangue da cui la Siria non è ancora uscita.

L’Esercito Libero, i ribelli si armano: la Guerra civile

Nel giugno del 2011 i manifestanti imbracciano le armi e rispondono alla repressione del governo. A Jisr ash-Shugur, in una settimana di scontri armati, muoiono 120 poliziotti. Assad risponde per le rime, e comincia a schierare carri armati ed elicotteri. L’esercito continua a usare il pugno duro per sedare le manifestazioni, come accade a luglio ad Hama, roccaforte dei Fratelli Musulmani in Siria e città in cui il sangue è già scorso negli anni Ottanta: al costo di 200 morti, la città torna all’obbedienza e l’Occidente per la prima volta storce il naso per ciò che sta accadendo.

siria ribelliI ribelli armati


Luglio è un mese cruciale poiché molti membri dell’esercito di Assad decidono di disertare e fondare l’Esercito siriano libero, che si allea ai manifestanti contro il governo, togliendo forze all’Arma nazionale e addestrando e armando i ribelli siriani che ora combattono ad armi pari contro Assad. Gli scontri diventano sempre più sanguinosi, mentre a Damasco e Aleppo, si conoscono le prime manifestazioni pro-governo. Assad schiera la marina dopo aver subito la prima sconfitta contro i ribelli. Ci sono le prime avvisaglie di una vera e propria guerra civile, con l’evento più rilevante, che ne sancisce il riconoscimento internazionale, nella battaglia con cui l’Esercito Libero conquista e mantiene Homs, da quel momento la capitale della rivolta. Assad si vede costretto a nuove concessioni: stabilisce un tetto alle ri-candidature presidenziali ed elimina l’esclusività governativa di Ba’th come unico partito. La nuova Costituzione passa a inizio 2012, mentre le manifestazioni pacifiche cedono il passo a sempre più cruenti scontri.

Al Nusra e l’Isis

A inizio 2012, l’Esercito libero trova un nuovo alleato nel Fronte Al-Nusra, un ramo fondamentalista vicino ad Al Qaeda che vede nella fine del regime di Assad l’opportunità di creare in Siria uno stato basato sulla sharia, la legge sacra islamica. Sebbene abbia lo stesso obiettivo dei ribelli siriani, Al-Nusra opera con fini e soprattutto modalità diverse dall’Esercito libero: si passa infatti a una fase più sanguinosa del conflitto, con i fondamentalisti che cercano di aver la meglio con attentati esplosivi che, però, uccidono migliaia di civili: il primo avviene a Damasco il 6 gennaio 2012. L’esercito di Assad, intanto, comincia a riprendersi e riesce ad arginare meglio le offensive ribelli. Nel marzo del 2012 i morti conteggiati sono circa 10mila.

isisL’Isis entra a Raqqa


L’inasprirsi del conflitto e le sempre più numerose morti civili, impongono alla comunità internazionale di intervenire: c’è chi si schiera con Assad, come Russia, Cina, Venezuela e Iran, mentre l’Occidente – Stati Uniti, Inghilterra, Francia – con Turchia e Arabia Saudita appoggia deliberatamente i ribelli. L’avvento di Al-Nusra è cruciale per la conquista di Raqqa, città che passa in mano ai ribelli, prima di finire in quelle dell’Isis – all’epoca Is – che si distaccherà da Al-Nusra prendendo una strada dichiaratamente terroristica: il 29 giugno 2014 nasce l’autoproclamato Stato Islamico, con territori sottratti alla Siria e all’Iraq, che vede con la conquista siriana l’inizio di un dominio mondiale del fondamentalismo islamico. La radicalizzazione di una parte del fronte spacca di fatto le forze armate anti-Assad: dall’avanzata dell’Isis, l’Esercito Libero Siriano combatterà anche contro il Daesh e Al-Nusra, mentre i curdi cercheranno di resistere l’avanzata dell’esercito nero nel nord del Paese.

L’offensiva contro l’Isis e la battaglia di Aleppo

L’Isis diventa un problema di Assad e dei ribelli, ma anche di tutta la comunità internazionale. Non serve certo rammentare tutti gli attentati con cui il Daesh ha spezzato centinaia di vite nel mondo: il sedicente Stato Islamico si allarga a macchia d’olio, tanto che gli Stati Uniti, nel 2014, decidono di intervenire per danneggiare quella che all’epoca era una potenza in ascesa. Gli USA cominciano a bombardare il territorio siriano in mano all’Isis, che col tempo entra nella sua fase calante e viene respinto dai curdi a Kobane, con questi ultimi che e riusciranno man mano a sottrarre altre città verso Raqqa, che però verrà liberata soltanto nell’ottobre del 2017. La popolazione curda, nel frattempo, combatte la sua particolare battaglia contro la Turchia: i curdi controllano i territori a nord della Siria, formando un governo abbastanza autonomo da Damasco. Erdogan non vede di buon occhio la formazione di uno stato curdo: decide perciò di contrastarlo intervenendo militarmente.

aleppoAleppo dopo esser stata riconquistata da Assad
Credits: SANA via AP


Il 2015, con gli attentati di Parigi, vede anche l’adesione anti-Isis della Francia, che aiuterà gli Stati Uniti a contrastare lo Stato Islamico. La Guerra, intanto, dal sud del Paese col tempo si sposta sempre più nelle città principali, Damasco e Aleppo, metropoli con una storia millenaria che vengono letteralmente sventrate battaglia dopo battaglia. Soprattutto la seconda, specie nella seconda parte del 2016, è il teatro principale del conflitto: capitale economica della Siria, per 4 anni la città è letteralmente spaccata in due tra i ribelli – che controllano le zone orientali – e Assad che invece ha in mano la parte occidentale: lo scontro è estenuante e l’esercito riesce ad avere la meglio dei ribelli tagliando aiuti umanitari e sostentamenti alla parte orientale di Aleppo che viene peraltro bombardata con l’aiuto di Mosca, entrata nel conflitto per dare manforte ad Assad. I ribelli capitolano e Aleppo torna nelle mani del governo.

Dalla presa di Raqqa a Douma

A fine 2016 ci sono gli estremi per stipulare una tregua umanitaria in tutto il Paese, tregua che però Assad rispetta solo in parte, continuando le sue offensive nei territori di Damasco in mano ai ribelli. Nei mesi di tregua di inizio 2017 l’esercito di Assad riesce a recuperare tasselli importanti e ad arginare l’avanzata dell’Isis anche grazie all’intervento statunitense, alleatosi coi curdi. Nella seconda parte dell’anno, come detto, l’Isis subisce un brutto colpo perdendo la sua capitale Raqqa, che torna in mano governativa a giugno. Nei mesi successivi l’esercito si impegna a tener saldamente in mano il confine con il Libano e a recuperare città importanti come Deir Ezzor e Abu Kamal, ultima importante città siriana ancora nelle mani dell’Isis.

doumaDouma


Ridimensionata notevolmente la minaccia del Daesh, Assad torna ad occuparsi dei ribelli e la Turchia dei curdi. Negli ultimi mesi, le difese dei ribelli crollano nella zona di Ghouta est, poco fuori Damasco e i governativi ne sottraggono circa la metà: i ribelli si arrenderanno nel Ghouta nel marzo del 2018, mentre gli scontri continuano a devastare la zona di Douma, altro territorio alle porte della capitale siriana. L’ultimo capitolo in ordine di tempo si scrive proprio qui l‘8 aprile, quando i ribelli denunciano l’uso di armi chimiche da parte delle forze governative per avere la meglio degli avversari, come già successo in passato: il primo attacco chimico avvenne già nel 2013. In tutta risposta, Donald Trump ha inviato un cacciatorpediniere alla volta della Siria, per rispondere ai fatti di Douma.

Bilancio di un disastro umanitario

Abbiamo cominciato con i numeri, chiudiamo sempre con loro, per dare un contorno di senso attorno a una vicenda di cui si dice tanto ma si conosce poco. Sono passati 7 anni, la Siria è ancora in ginocchio e la guerra sembra lontana da trovare una sua fine. Ma perché questo conflitto fa così rumore? Prima di tutto, per le continue violazioni dei diritti e atrocità che la popolazione ha dovuto subire in questi anni, costretta a vivere tra macerie, bombardamenti e minacce terroristiche, senza cibo né acqua. Sono più di 350mila i morti stimati in 7 anni di conflitto, e il conteggio è destinato a crescere ancora. La Siria è un Paese fantasma, in cui città dalla storia millenaria come Damasco mostrano scheletri di palazzi disintegrati dalle bombe, un Paese da cui la gente vuole fuggire il prima possibile, con qualsiasi mezzo.

siria guerra

Si stima che nei primi 4 anni di conflitto siano stati 4 milioni i siriani ad aver oltrepassato il confine, cercando di raggiungere l’Europa sognando un futuro migliore. Per capirci, quasi tutta la popolazione di un paese europeo come l’Irlanda. Da non sottostimare anche l’impressionante numero di persone rimaste senza casa in Siria, che vivono da sfollati spesso in condizioni impietose: secondo i calcoli sarebbero circa 7,8 milioni. Infine, è da ingenui pensare che l’intervento di Stati Uniti e Russia nella regione sia figlio solo della pietà per un popolo martoriato: il mondo guarda alla Siria anche per interessi internazionali. La sua posizione in Medio Oriente è cruciale per gli equilibri di una parte del mondo decisamente complessa. Se mettiamo in mezzo a una guerra civile sanguinosa anche la spirale del fondamentalismo islamico, ecco che il problema si allarga anche su scala internazionale. Di soluzioni per venire a capo dell’enigma Siria ancora non se ne vedono, mentre la gente abbandona o si rassegna a sopravvivere tra le rovine di quella che una volta chiamava casa.