Carolina Orlandi è dovuta crescere tutto d’un colpo. Aveva 21 anni quando David Rossi, marito di sua madre e suo padre acquisito, è precipitato da una finestra della sede del Monte dei Paschi di Siena. Quel dramma ha sconvolto e tuttora sconvolge la sua vita, e l’ha portata a essere una persona diversa: il tipo di persona che si districa, suo malgrado, tra atti giudiziari e perizie autoptiche, tra il dolore quotidiano e il fatto di essere “la figlia del dirigente Mps che si è buttato dalla finestra”.

Carolina ha creduto alla teoria del suicidio solo nei primi mesi successivi alla morte di David: poi, il dissequestro degli atti giudiziari e la scoperta di alcuni fatti l’ha catapultata in quella che sarebbe diventata una battaglia lunga 5 anni (e che promette di non finire presto).

La lotta è culminata nella scrittura di un libro dedicato a David: Se tu potessi vedermi ora, che racconta di quando la vita si trasforma in incubo, dentro e fuori le mura di casa. The Social Post ha intervistato Carolina Orlandi, per raccogliere la sua testimonianza.

Carolina Orlandi

David, non solo un bancario

David Rossi non era solo un dirigente in giacca e cravatta. Era un uomo stimatissimo e amato, non solo sul lavoro: Di pochissime parole, ma grandissimi contenuti. Dietro le foto diffuse dai media, che lo ritraggono quasi sempre in abiti da ufficio, c’era il marito e padre di famiglia che rileggeva i temi di Carolina e le dispensava consigli di scrittura. David era l’uomo che la distoglieva dai compiti per convincerla a giocare con lui e con il cagnolino di famiglia. Un padre che seminava per casa colonnine di monete, piccoli tesori lasciati affinché lei, ragazzina, li trovasse.

Carolina ha voluto mostrare l’uomo dietro alla cravatta: “David non era solo un dirigente del Montepaschi, era una persona con una cultura e tante passioni, avevo voglia che le persone sapessero anche questo. Volevo spiegare cosa succede in una famiglia normale quando si ritrova ad affrontare tutto quello che noi stiamo affrontando”.

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Quello che hanno affrontato, in primis, è stato un percorso di elaborazione del lutto: e questo percorso nasceva dall’idea di suicidio, non omicidio.

“Mi sono detta che tutte le persone che devono affrontare un dolore del genere si pongono le stesse domande che mi ponevo io”, spiega Carolina. La rabbia sua e della madre era causata dall’idea di essere state abbandonate, di dover affrontare la realtà con “una persona che aveva fatto una scelta per tutti quanti”. Carolina lo ripete più volte: Noi non siamo partite dal complotto. “Noi” sono Carolina e sua madre, nel libro descritte come il nodo principale del dolore: lei, ventenne, cercava di reagire. Antonella Tognazzi, che amava David Rossi da decenni, completamente mangiata dalla sofferenza e dall’idea di essere stata lasciata sola. Entrambe immerse in un quotidiano fatto di sopravvivenza e del cercare di arrivare al giorno dopo senza essere sopraffatte da quello che era loro crollato addosso.

“In quel periodo mia madre non si è praticamente mai alzata dal letto. Andava in bagno e si abbandonava di nuovo a quelle lenzuola stropicciate dallo sfinimento e consumate dalla disperazione.

‘Voglio andare con David, Carolina. Ogni sera quando chiudo gli occhi spero che sia per sempre. Prego, supplico, di non poterli aprire la mattina dopo.’ ” 

(da Se tu potessi vedermi ora, di C. Orlandi)

Nel libro, Carolina Orlandi racconta lo stato di tensione del padre, nelle sue ultime settimane. Parla degli atti di autolesionismo, della sua paura di essere intercettato, spiato, seguito. Del rimorso di aver trascurato la famiglia per anni, per donarsi completamente al lavoro. Un mese prima della sua morte, in preda ad uno stato di tensione ed angoscia, David Rossi aveva confidato alla moglie Antonella: “Avevi ragione. Se scampo questa, lascio tutto e inizio a fare solo quello che mi dici tu”.

Non è andata così.

DR interna

David Rossi

Il dissequestro: qualcosa non quadra

Nell’agosto del 2013 la procura dispone il dissequestro dei materiali. Carolina, ormai, li snocciola automaticamente, sono il mantra che i familiari di David Rossi ora si ripetono: “Le foto dell’autopsia, il video della caduta, le mail…”.

Il video: visto a metà, con un foglio sulla parte dello schermo che mostrava il corpo di David in agonia, a terra. In un primo momento, vederlo in fin di vita era troppo: Purtroppo era necessario (vedere il video, ndr), in un primo momento le indagini sono state fatte solo da noi. Non aveva senso vedere David, ma aveva senso vedere cosa succedeva tutt’intorno a lui in quel video”. Alla fine, l’orrore Carolina Orlandi l’ha visto tutto: “Il mio cervello partoriva lo stesso immagini tremende, tanto valeva vedere quelle reali. Quindi ho visto il video, e le immagini dell’autopsia”.

david rossi video

Un frame del video che mostra la caduta di David Rossi

Poi, interrogatori condotti in maniera inspiegabile, a lei e a sua madre: “Lei è stata abbastanza portata dalla Procura a pensare che David si fosse suicidato”, spiega Carolina. Quanto agli interrogatori che l’hanno coinvolta, pareva che da lei (che fu la prima della famiglia ad arrivare a Rocca Salimbeni, la sera della morte di David, e a raccogliere molte informazioni) gli inquirenti volessero solo informazioni che avvalorassero la tesi suicidaria. “Loro son partiti da un assunto che non si possono permettere“, dice Carolina: “Non sono semplici cittadini che si fanno un’idea, sono coloro che devono vigilare sulla Giustizia. Sono partiti dall’assunto che David si fosse suicidato, e tutte le prove e gli indizi sono stati cercati, se sono stati cercati, in questa direzione”. Nel novembre 2017, la procura di Siena ha confermato i sospetti di Carolina Orlandi, scrivendo nero su bianco che nelle precedenti indagini non si era agito con accuratezza: “Non vi è stato accertamento medico-legale adeguato”, si legge nel comunicato stampa, tra le altre cose.

Il video, gli interrogatori, l’assenza di procedure adeguate nelle indagini. Tutto, ad un certo punto, ha convinto la 21enne Carolina a cominciar battaglia. Non da sola: “Mi sono affiancata alle persone della mia famiglia, io avevo 21 anni ed ero stata catapultata in un mondo di cui a malapena riconoscevo i termini nelle perizie”. Poi, capisce che i media possono essere uno strumento potente ed efficace: “Ho cercato di mettermi in prima fila per cercare di far parlare di questa storia…il libro per esempio è stato il culmine di tutto questo…un lavoro molto lento di rapporto con i media e anche di compromesso per, fondamentalmente, mettere in piazza la propria vita”.

Una mail senza spiegazione

Le mail. Fabrizio Viola, ex AD di Mps, e David Rossi se ne scambiarono in tutto 13 nella giornata del 4 marzo, ovvero poco prima della morte di David. Sono mail sintetiche, asettiche, professionali: David Rossi esprime timori ed inquietudini, e spiega di voler parlare con i magistrati: “Temo mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati”, scrive Rossi a Viola, chiedendogli aiuto, dicendo che gli serve un contatto con loro e forse Viola può aiutarlo. L’amministratore delegato, dal canto suo, dice di doverci riflettere: passano le ore e la conservazione prosegue sempre sugli stessi toni, con Viola che consiglia a Rossi di contattare un pm e parlare. Alla fine, Rossi sembra cambiare idea, e dice: “Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Anche perché non ho notizie particolari da riferire ma solo di scenario. Si può fare con calma”.

In mezzo a questo botta e risposta dal tono composto e professionale, sbuca una pecora nera: una mail (l’unica non inviata dall’Ipad di Rossi, l’unica che non fa parte di quella conversazione) in cui Rossi sembra cambiare personalità e scrive: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”. Un lessico, un tono, un contenuto che sembrano non avere niente a che fare con il David Rossi che ha scritto prima e dopo quella mail. Combinazione, è l’unica mail che Viola non leggerà (e infatti non c’è una risposta). Ma l’ha scritta veramente Rossi, quella mail? Carolina Orlandi dice di non riconoscere lo stile del padre in quelle parole: “È un lessico che non lo rispecchia”. La mail inoltre non è partita dallo stesso dispositivo da cui sono state spedite le altre. Nessuno, però, ha voluto prendere le celle telefoniche, e nessuno ha mai appurato da dove sia partita quella mail. Ad esempio, se si fosse scoperto che quella mail era stata spedita dal pc di David in un momento in cui lui non si trovava in ufficio, ciò stava a significare che la mail non l’aveva scritta lui. E, grazie alle celle telefoniche, si sarebbe potuto sapere chi, invece, era in quella stanza.

Una procedura banale, da prassi, che però non è stata effettuata. Ed ora è troppo tardi.

Domande mai ascoltate

Forse è tardi anche per dare una risposta a molte altre domande. Ad esempio: come si è procurato Rossi quelle ferite al viso, che sembrano segni di colluttazione?

Cosa è successo al suo polso, dove è rimasta marcata una lesione compatibile con la cassa del suo orologio, come se il polso fosse stato stretto in una trazione?

Ed è l’orologio di Rossi l’oggetto scintillante che si vede cadere dall’alto, molto dopo la caduta dell’uomo, nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza?

E se lo è, chi lo ha fatto cadere? E perché?

Ogni sforzo di Carolina Orlandi è proteso verso queste risposte, che sembrano a tratti inafferrabili. La sua lotta parte dalla consapevolezza che, quando era lecito farsi delle domande, nessuno lo ha fatto.

polso david rossi

Una foto dall’autopsia: il polso di David, con segni compatibili con la cassa del suo orologio

Siena in tempesta

Se c’è stata intenzione di insabbiare la vicenda David Rossi, il risultato non è stato ottenuto. Attorno al Montepaschi, dai primi mesi del 2013, si sono alzati parecchi polveroni (il crollo e lo scandalo bancario in primis) e ora la città è passata al setaccio dai media. A Siena, il rumore non piace: “Le telecamere sulle ombre di Siena danno fastidio”, dice Carolina Orlandi. David Rossi non è rimasto un anonimo bancario che ha deciso di farla finita: è diventato catalizzatore di attenzioni, ha fatto nascere il sospetto di un sottobosco scabroso che controlla e inchioda la città. Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi hanno visto cambiare il loro rapporto con questa città: di Mps, nelle loro vite, ora rimane solo un “mutuo grandissimo e salatissimo” stipulato sulla casa in cui David sarebbe dovuto andare ad abitare con la sua famiglia. Gli amici di un tempo non si voltano neanche a salutarle per strada. E la banca? “Non ci ha accompagnato assolutamente in questo percorso”.

david rossi mussari

David Rossi e l’ex Presidente Mps Giuseppe Mussari, prima del crollo della banca

Carolina Orlandi ha portato il suo volto in televisione e sui giornali e tutti, ormai, hanno visto David Rossi cadere in quel tragico e terrificante video. Un video che non si dimentica, e che getta una brutta luce sulla città: “Il problema di Siena è che si sta parlando male di Siena”, dice Carolina. Lei non si sbilancia sulle varie piste emerse ultimamente, in primis quella dei festini hard, ma avanza un’inquietante considerazione: “Se tutte queste testimonianze fossero vere, e io lo suppongo, svelerebbero un sottobosco di poteri che a Siena c’è. E quindi si capisce che se i principali portavoce del potere si ritrovano in situazioni del genere, allora in una città del genere può succedere qualsiasi cosa“.

La battaglia sarà ancora lunga: tra 5 anni “magari qualcuno si deciderà a parlare, spero che ci troveremo in un aula di tribunale per assistere allo svolgimento di un processo non da imputate”, dice Carolina. Ma 5 anni, per la giustizia italiana, non sono molti, mentre gli interrogativi sono tanti. Una cosa è sicura: “Se tutto questo anche solo serve a fissare questa storia nella memoria collettiva, già è un risultato”.