Africa: molte ex colonie francesi continuano a pagare un "debito coloniale" che le impoverisce

In Africa ci sono ancora molti Paesi che, nonostante abbiano ottenuto l'indipendenza dalla Francia, continuano ad essere economicamente legate all'ex madre patria (a loro enorme svantaggio)

Il concetto di colonia può suonare, al giorno d’oggi, stantia e legata a un’epoca storica che non ci appartiene. Eppure le colonie (anche se non sono più quelle di Kipling e di Cuore di Tenebra) esistono ancora. E anche le ex colonie non sono sempre divenute indipendenti quanto si può immaginare, o quanto loro avrebbero voluto: un caso esemplare è quello delle ex colonie francesi, la cui situazione economico-politica al momento è appesa a un filo. O meglio: è appesa a un filo legato molto stretto a Parigi.

Incuriosisce, in questo momento, approfondire l’analisi politica ed economica dei paesi africani ex colonie francesi, e compararle con le ultime opinioni espresse sui migranti da parte del governo francese.

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Le ex colonie francesi sono: Algeria, Marocco e Tunisia al Nord, Gabon, Congo, Repubblica Centroafricana e Ciad nella zona equatoriale. Si contano inoltre: Costa d’Avorio, Benin, Guinea, Burkina Faso, Mauritania, Niger, Senegal, Mali, Togo, Gibuti, Camerun, Madagascar, Comore, Mayotte. Molti di questi paesi hanno ricche ed abbondanti risorse naturali: si pensi alla Costa d’Avorio, ricca di materie prime e giacimenti, o al petrolio congolese. Risorse che la madrepatria francese non ha avuto alcuna intenzione di abbandonare del tutto e sulle quali ha cercato di mantenere un dominio non più diretto bensì indiretto, agendo sul controllo della stabilità politica dei Paesi e di conseguenza imponendo accordi economici restrittivi.

trivella congoTrivella petrolifera al largo del Congo


Colpi di stato per controllare il Paese

Il primo a ribellarsi fu lo stato della Guinea francese: quando nel 1958 il leader Touré si impose ed ottenne di rendere la Guinea indipendente, la Francia decise di non abbandonare il campo a cuor leggero e distrusse ogni segno del passaggio francese su suolo guineano: infrastrutture, edifici, risorse e riserve agricole. Persino cavalli e animali da pascolo furono brutalmente uccisi. Il messaggio era chiaro: chi si affranca dalla Francia, ne subisce le conseguenze. Da quel momento, in realtà, furono molti i Paesi africani che optarono per l’indipendenza, ma sempre al prezzo di un dominio sottobanco: il leader governativo sembra dover essere sempre sottoposto all’imprimatur francese e se così non è l’ex madre patria finanzia un colpo di stato ai danni del leader che non piace, ribaltando il governo. Un colpo di stato potrà violenza civile, instabilità e povertà: uno status quo che nessuno vuole e che val bene, in molti casi, la sottomissione alla potenza europea.

Grazie a quello che in molti hanno definito “metodo del colpo di Stato”, la Francia avrebbe fatto deporre più di un leader, soprattutto negli anni ’60: in Burkina Faso Maurice Yamegogo fu deposto e al suo posto arrivò l’ex legionario francese Aboubacar Sangoulé Lamizana. Nel Benin, nel 1972, fu la volta di Kérékou, allievo delle scuole militari francesi, a prendere il posto di Hubert Maga, Presidente del Benin. E così, accadde in molti altri casi.

Il dominio non si ferma agli anni ’60: nel 2012, nel momento in cui il Mali esplose un colpo di Stato non “pianificato” dal governo francese, Parigi ha rizzato la schiena ed ha fortemente invocato elezioni al più presto, laddove davanti a un colpo di stato sarebbe stato istituzionalmente corretto chiedere il ripristino dello status quo preesistente.

Legati da una moneta

Grazie al dominio politico sulle ex colonie (che, al contempo, vivono in uno stato di povertà e instabilità sociale, nonostante le grandi risorse naturali), la Francia può imporre diverse misure economiche a suo esclusivo vantaggio. Ad esempio, l’imposizione del franco africano (franco FCA) che gode del diritto a un’immediata convertibilità in euro (a favore, ovviamente, dei Paesi europei). A tal scopo è stato creato un fondo comune di riserva delle ex colonie francesi, nel quale viene dirottato il 65% dei guadagni derivanti dalle esportazioni. Essendo che molti di quei Paesi vivono in gran parte delle esportazioni delle loro risorse, è facile capire come un fondo del genere possa mettere in ginocchio le loro economie. Insomma: dominare l’Africa a forza di colpi di stato costa caro alla Francia, ma permette un guadagno non da poco.

Un debito mai contratto

Il franco africano tiene 14 Paesi del continente con un laccio al collo, ma non è l’unico fattore che ne intacca l’economia. Il debito coloniale che attualmente i Paesi sono obbligati a pagare per restituire i soldi investiti nella costruzione di infrastrutture (che non hanno mai chiesto), edifici (che non hanno voluto) e impianti (che non hanno preteso), e le cifre sono alte: si parla di 500 miliardi di dollari l’anno che finiscono nelle casse francesi, che di questo vivono e si arricchiscono. In parte, i miliardi sono poi riutilizzati per il controllo degli stessi paesi paganti, in un circolo virtuoso infernale del dominio che rende i Paesi africani sempre più poveri, i loro dittatori sempre più inscalfibili, i migranti sempre più numerosi. E si tratta proprio di parte dei migranti che poi bussano alle porte dell’Europa, chiedendo un aiuto di cui hanno bisogno perché l’imperialismo di ritorno lo ha reso necessario.

macronEmmanuél Macron


Emmanuel Macron, nel momento del suo insediamento, ha parlato di una politica più “amica” nei confronti delle ex colonie: “Scriverò una nuova pagina nelle relazioni con l’Africa basata su un aggiornamento della nostra politica nel Continente capace di rispondere alla vitalità e al potenziale africano”, aveva detto. Ed aveva aggiunto: “La nostra politica estera in Africa cambierà e sarà basata sulla trasparenza e dalla distruzione del network di connivenze franco africane e di influenza di affaristi e speculatori che la politica estera francese ha creato”. Sul traffico di migranti, Macron ha spesso avuto cadute spiacevoli: all’inizio di un viaggio in Africa dello scorso novembre, davanti agli studenti dell’università del Burkina Faso, disse: “Chi sono i trafficanti? Chiedetevelo, voi che siete giovani africani. Siete da non credere. Chi sono i trafficanti? Sono africani, amici miei. Non i francesi. Ognuno comprenda questa responsabilità”. Poi, avrebbe virato il discorso sulle responsabilità francesi: “Oggi in Africa ci sono Africani che rendono schiavi altri africani. Questa è la realtà. E ci sono europei che approfittano della miseria in Africa. In entrambi i casi si tratta di crimini inaccettabili. E li stiamo combattendo entrambi”.