La Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato ieri le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater. La Procura ha chiesto dunque il rinvio a giudizio per 3 poliziotti coinvolti in quello che è stato definito “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana“.

Soggetti inseriti negli apparati dello Stato” -si legge agli atti- indussero Vincenzo Scarantino a rilasciare falsa testimonianza sulla strage di via D’Amelio e sull’attentato in cui rimase ucciso il Procuratore Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.

Gli imputati

A subire processo saranno 3 funzionari pubblici, si tratta del dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Tutti e 3 fanno parte del gruppo La Barbera.

Arnaldo La Barbera, non più in vita, fu un funzionario di polizia, ex capo della task force investigativa. Fu lui che coordinò le indagini della strage di via D’Amelio. La Barbera fu il principale responsabile nell’allestimento delle false dichiarazioni che coinvolsero Vincenzo Scarantino.

La sparizione dell’agenda rossa

Inoltre lo stesso funzionario è ritenuto autore “della sparizione dell’agenda rossa. Come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre“.

Questo quanto scrivono i giudici.

Tale agenda, secondo i giudici, era gelosamente custodita da Borsellino. “Conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza” ritengono i magistrati. Rilevanti “per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”.

Il falso dichiarato

Il processo Borsellino quater ha portato alla condanna all’ergastolo dei boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino. Ma ad essere condannati a 10 anni di reclusione anche Francesco Andriotta e Calogero Pulci, falsi pentiti accusati di calunnia. Un terzo condannato per calunnia, Vincenzo Scarantino, è uscito per prescrizione di reato, in seguito all’attenuante riconosciuta dai giudici a chi è indotto a commettere reato.

Quest’ultimo, infatti, presentatosi come collaboratore di giustizia, avrebbe fatto nomi e cognomi di persone innocenti. Il tutto sulla base di una versione allestita a tavolino dal gruppo investigativo guidato da La Barbera, e di cui facevano parte Bo, Ribaudo e Mattei.

Dietro la strage

Il magistrato Antonio Balsamo e il giudice Janos Barlotti, in una ricostruzione accurata di 12 capitoli e 1.856 pagine, parlano di indagini che puntano al cuore dello Stato. “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi” scrive la Corte. La domanda resta una: cosa c’è dietro la strage di via D’Amelio? Nella ricerca della verità a riguardo è stata fondamentale la testimonianza del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè. Da qui l’ipotesi dell’ “occultamento della responsabilità per la strage di via D’Amelio, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere“.

Strage di via D’Amelio

Sugli atti si legge: “Non si può prescindere dalla considerazione delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè. Cha riferito che prima di passare all’attuazione della strategia stragista erano stati effettuati ‘sondaggi’ con ‘persone importanti’ appartenenti al mondo economico e politico“. La ricostruzione prosegue. “Giuffrè ha precisato che questi ‘sondaggi’ si fondavano sulla ‘pericolosità’ di determinati soggetti. Non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a ‘fare affari’ con essa“.

In conclusione

Non si conoscono ancora le ragioni che hanno spinto ad agire gli infedeli dello Stato ad opera del depistaggio. Ad ogni modo, secondo la ricostruzione della Corte, occultamento, insabbiamento e depistaggio hanno trovato terreno fertile nella scarsa attenzione e professionalità dei magistrati dell’epoca. Viene messo agli atti come i due pm Ilda Boccassini e Roberto Saieva avevano incentivato i colleghi ad approfondire alcune inattendibilità della versione di Scarantino. Ma Boccassini e Saieva rimasero inascoltati.

Ora tutto torna a galla, sotto una luce diversa. E i 3 infedeli dello Stato sono stati rinviati a giudizio da il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani. L’udienza preliminare non è stata ancora fissata.