Di Maio e il condono per la casa di famiglia: è guerra con La Repubblica

Luigi Di Maio contesta un articolo della testata che riporta un condono concesso al padre per la casa di Pomigliano D'Arco

Anche Luigi Di Maio deve fare i conti in prima persona con la spinosa questione dei condoni, dopo il mini scandalo provocato dalla sanatoria per Ischia presentata nel Decreto Genova, che molto ha fatto storcere il naso ai cinquestelle. Stavolta a finire sotto la lente è la sua casa di Pomigliano D’Arco per cui, scopre La Repubblica, il padre del ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro aveva fatto domanda di condono. Di Maio nega fortemente in un live di Facebook questa indiscrezione, ma carta canta e la notizia è stata confermata anche da altre testate. La Repubblica ha poi replicato al ministro: “I fatti non si piegano alle convenienze“.

Luigi Di Maio: nessuno sfugge alla febbre del condono

Antonio Di Maio, geometra 68enne, secondo quanto raccontano le cronache avrebbe presentato una domanda di condono nel 1986. Il padre del ministro avrebbe sfruttato il condono di craxiana memoria, sancito dalla legge 47 del 1985, per regolarizzare 150 metri quadri di ampliamenti alla casa di famiglia. Come riportato dai mezzi stampa, nella domanda di sanatoria si indicano i lavori di “ampliamento di un fabbricato esistente al secondo e terzo piano“. Nel 2006 arriva la chiusura della pratica che costa al padre di Di Maio 2mila euro per quello che sarebbe a tutti gli effetti un altro appartamento.

La risposta di Di Maio

Il vicepremier ha risposto con un video su Facebook al quotidiano rigettando le circostanze del condono. “Stamattina Repubblica si è inventato questo scoop sul condono sulla casa di famiglia di Di Maio. Andiamo a pagina 10, dove è sbattuta la foto della mia famiglia, una famiglia che è sempre è stata onesta“, dichiara Di Maio. Il leader del Movimento attacca duramente La Repubblica, dando la sua versione dopo aver parlato con il padre.



Lui mi ha detto che nel 2006 ci è arrivata una risposta di una domanda fatta nel 1985 su una casa costruita nel 1966. La casa era stata costruita da mio nonno in base al Regio decreto del 1942. Nel 1985 mio padre chiese la regolarizzazione della casa, presentò la domanda ad aprile dell’’86 e nel 2006, è arrivata la risposta in cui il Comune dice: ‘Devi pagare 2mila euro e regolarizzi la casa costruita nel 1966’. Così mio padre regolarizza un manufatto costruito da mio nonno quando lui aveva 16 anni, questo è il grande scoop di Repubblica“.

La Repubblica replica

Conchita Sannino, la giornalista che ha firmato l’articolo, ha scritto una lunga risposta difendendo il suo lavoro. Sannino sottolinea le omissioni presenti nella spiegazione di Di Maio, evidenziando tre punti che contesta rispetto a quanto detto dal vicepremier. Il primo riguarda il fatto che Antonio Di Maio avrebbe effettivamente “chiesto ed ottenuto un condono” per i lavori eseguiti al secondo e terzo piano: “Due terzi della casa, ovvero secondo piano e terzo piano sono connotati da abusi che, secondo quanto registrato negli atti, sono stati realizzati almeno dieci anni dopo. Ciò non toglie che si sia trattato di ampliamenti per complessivi 150 metri quadri“.

famiglia di maioLa foto contestata dal vicepremier alla testata è stata pubblicata da lui stesso, riporta La Repubblica


Il secondo punto evidenziato dalla giornalista riguarda il fatto che il padre del ministro “aveva sbagliato a proprio favore il calcolo di alcuni – pochi – metri quadri. Una dimenticanza certamente non voluta. È vero o no che fu costretto a tornare a Palazzo e a saldare quella differenza?“, chiede Sannino. Infine, nella risposta viene evidenziata la presunta contraddizione del voler vietare un condono ad Ischia mentre è stato concesso per casa sua: “I fatti, come lui stesso ha dimostrato spiegando, non si piegano alle convenienze“, conclude Sannino.

Il condono di Ischia

I pentastellati si sono sempre detti strenui oppositori dei condoni. Recentemente è scoppiata la polemica per un condono edilizio per il terremoto di Ischia inserito nel decreto per l’emergenza del Ponte Morandi. Dal Blog delle Stelle è arrivata la smentita che l’aiutino di Stato fosse contenuto nel testo, ma la spaccatura c’è stata. Il contestato art. 25 è stato approvato dalla Camera e stabilisce un arco di tempo di 6 mesi in cui i Comuni devono dare una risposta alle richieste di sanatoria presentate dai cittadini. Queste però fanno riferimento alla legge del 1985, valida per Ischia, rendendo asimmetrica la situazione rispetto agli altri Comuni italiani colpiti dal terremoto che si rifanno alla legge del 2003.