Gilet gialli: la rabbia della classe media che esplode in Francia

Non protestano più contro un aumento del carburante, ma contro un presidente delegittimato e un sistema giudicato iniquo

Dal 17 novembre i gilet gialli scendono in piazza contro gli annunci dell’aumento del carburante. La questione, però, ormai va oltre la singola rivendicazione e abbraccia le spaccature tra classi sociali e tra quel centro sempre più distante dalla periferia. Benché l’adesione alle proteste in piazza sia scesa dalle 280mila persone a circa 80mila, il consenso dei francesi per il movimento rimane alto, al 70%. I gilet gialli, nati spontaneamente sui social, devono però fare i conti con le infiltrazioni di frange estreme e la crescente impazienza del governo. L’obiettivo, inoltre, non si limita più a contestare una singola tassa, ma un intero sistema di distribuzione della ricchezza.

Un po’ di contesto: cosa succede nella Francia di Macron

I gilet gialli sono i rappresentanti a pieno titolo di quella classe media, stabile nelle zone periferiche del Paese, che vive quotidianamente l’impoverimento e la perdita di capacità d’acquisto. Mentre la grande città cresce, sia in servizi che per ricchezza, le periferie, per un fenomeno comune a gran parte dell’Occidente, vengono dimenticate. Quelle stesse periferie che stravolgono le proiezioni degli esperti in casi come Brexit o le elezioni del Presidente degli Stati Uniti. La Francia non fa eccezione, anzi, l’ascesa di Emmanuel Macron non ha fatto altro che esacerbare il conflitto in essere. In carica dal maggio 2017, Macron si è guadagnato il titolo di “presidente per i ricchi”.

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Per il 2018 il Presidente della Repubblica ha rottamato l’imposta patrimoniale sulla ricchezza, tagliando la tassa del 70%. Ha poi introdotto una flat tax del 30% che favorisce imprenditori e investitori. Un piano per attrarre capitali ben riuscito dato che, ad esempio, Parigi ha sorpassato Londra (un po’ anche a causa dell’effetto Brexit) per numero di “super-ricchi” che ci vivono. Oggi è la quinta città al mondo per presenza di residenti estremamente abbienti, la prima in Europa. Il problema è che i benefici di queste manovre fiscali non toccano la stragrande maggioranza della popolazione. La classe media vede aumentare le proprie spese e i costi della vita, al contempo fronteggia una stagnazione della crescita dei salari senza precedenti (l’OCSE certifica che in Francia dalla crisi del 2008 al 2017 i salari sono cresciuti solo dell’1% l’anno).

Gli aumenti del carburante

Di fronte a questa situazione, e ad un Presidente sempre più visto nell’immaginario collettivo come un difensore dei ricchi, l’aumento annunciato della tassa sui carburanti ha accesso le polveri. Se solo il 30% dei parigini usa l’auto per andare a lavoro, i numeri sono ben diversi nelle periferie. Servizi pubblici efficienti, car sharing, piste ciclabili rendono gli abitanti della capitale francese sempre più “green”. Anche per questo le restrizioni alla circolazione delle auto in chiave anti-emissioni sono apprezzate in città sempre meno tolleranti nei confronti dello smog.

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Quando l’aumento di 7,6 centesimi per litro di diesel è stato annunciato lo scorso ottobre, la reazione è risultata da subito prevedibile. Gli aumenti sono previsti anche per la benzina, destinata a salire di 3,6 centesimi a litro. Come riportava Le Figaro, in un anno il gasolio è aumentato del 23%, situazione che Élisabeth Borne, la ministra dei Trasporti, ha tentato di spiegare come legata alle vicissitudini del petrolio. Una gran parte degli aumenti, destinati a crescere di altri 6 centesimi nel 2019, sono legati però alla tassazione più che al prezzo del petrolio, e alla volontà di incentivare politiche “verdi” senza un piano che tenga conto del contesto.