Santino Di Matteo, il padre del bambino sciolto nell’acido, chiede aiuto: “Proteggetemi”

L’uomo fu espulso dal programma di protezione perché scappò dalla località segreta alla ricerca del figlio, poi sciolto nell'acido

Cosa Nostra continua a rimanere al centro dell’attenzione mediatica dopo l’importante operazione della Dda di Palermo dei giorni scorsi che ha sgominato la nuova Cupola. Santino Di Matteo, uno dei più celebri collaboratori di giustizia nella storia di Cosa nostra, ospite al programma di approfondimento di Rete 4 W l’Italia, ha ripercorso le tappe della brutale uccisione del figlio Giuseppe e del suo cammino verso la dissociazione dall’organizzazione criminale, chiedendo pubblicamente di poter rientrare a far parte del programma di protezione.

Santino Di Matteo chiede aiuto allo Stato

Mi rivolgo al capo della magistratura e al capo della Repubblica: mi dovete aiutare. Io ho dato la vita, ho perso mio figlio, per aiutare lo Stato”: questa la richiesta d’aiuto del collaboratore di giustizia, che perse il diritto alla protezione dopo essere fuggito durante il sequestro del figlio, andando alla sua disperata ricerca nell’ottobre 1995. Di Matteo si dice consapevole di aver sbagliato a fuggire, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, ma ammette: “Lo dovevo salvare (Giuseppe, ndr). Ero vicino: abbiamo sbagliato casolare”.

GiuseppeGiuseppe di Matteo


Il sequestro e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo

Di Matteo era un membro di caratura importante all’interno della famiglia di Altofonte, vicina al clan dei corleonesi di Totò Riina, e nell’estate 1993 iniziò a collaborare con gli inquirenti durante l’incarcerazione nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, contribuendo a far luce sulla strage di Capaci.

Suo figlio fu rapito il 13 novembre dello stesso anno da una squadra che agiva per conto di Riina con l’obiettivo di spingere Santino a fare un dietrofront. Le forze dell’ordine diedero luogo ad una vasta campagna di ricerca nell’intero territorio siciliano e lo stesso Santino nell’ottobre 1995 fuggì dalla località segreta in cui si trovava, in quanto membro del programma di protezione, per cercarlo personalmente.

GiuseppeGiuseppe di Matteo


Santino continuò a collaborare con gli inquirenti e rilasciare rivelazioni significative, come quelle sull’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo, ragion per cui dalla Cupola fu infine dato l’ordine di uccidere il bambino. L’11 gennaio 1996, dopo 779 giorni di sequestro, Giuseppe fu strangolato e quindi sciolto nell’acido da Vincenzo Chiodo, Giuseppe Monticciolo ed Enzo Brusca, oggi tutti e tre collaboratori di giustizia.

La vita dopo la mafia

Oggi Santino lavora come autista per un prete attivo nella lotta antimafia, anch’egli vittima di numerose minacce di morte. Durante il programma, il collaboratore di giustizia ha trovato anche il tempo di commentare la situazione attuale in cui versa Cosa Nostra, sostenendo che “oggi la Cupola non c’è più” e che “l’unico pericolo è Messina Denaro e se lo Stato lo vuole veramente, può essere che riesce a catturarlo”.