Oggi, anche in Occidente siamo pienamente consapevoli del fatto che l’India ha un notevole, gravissimo problema di diffusione dello stupro. Da qui, guardiamo al fenomeno come a un fatto di una cruenza inaudita e di cui non capiamo il meccanismo: oltre alla brutalità delle violenze (e al fatto che spesso non avvengono in luoghi nascosti ma in pieno giorno, o addirittura sui mezzi pubblici), ci sconvolge il doppio. Non c’è, apparentemente, salvezza alcuna per le donne indiane: in molti casi che giungono alla nostra attenzione, se la vittima si salva, spesso viene condannata dalla società o dalla sua stessa famiglia. La donna (o bambina) violentata spesso non solo subisce il dolore dello stupro, ma anche la lettera scarlatta del non averlo saputo evitare.

Il suo stupro, improvvisamente, non è solo suo: è una vergogna inflitta a tutta la famiglia, di cui lei diviene responsabile.

Questo fenomeno viene classificato dalla cultura occidentale come “cultura dello stupro”: ha le sue radici in una visione della donna come oggetto talvolta venerato, genericamente rispettato, ma come mera appartenenza del soggetto maschile. La figlia è del padre, la moglie è del marito: i loro pregi e le loro colpe sono responsabilità diretta dei capofamiglia.

L’inferno è su quattro ruote motrici

Uno dei fenomeni più diffusi in India, nell’ambito della violenza sessuale, sono gli stupri sui mezzi pubblici.

Non si tratta di un dettaglio da poco: decidere di mettere in atto una violenza sessuale su un autobus sul quale ci sono altre persone -tra cui l’ autista- presuppone uno scarso terrore di cosa potrebbe accadere a un aggressore, se colto in flagrante. Il caso più eclatante è stato quello di Yjoti Singh Pandey, studentessa di medicina 23enne che, nel 2012, fu violentata da 5 ragazzi su un autobus con la compiacenza silente dell’autista. Il tutto accadde davanti agli occhi terrorizzati di un amico, picchiato a sangue per evitare che potesse difenderla.

Jyoti morì due settimane dopo in ospedale, a causa delle lesioni interne causatele durante lo stupro.

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Mukesh Singh, uno dei condannati di Yjoti Singh (guidava l’autobus): durante il processo dichiarò che la ragazza era stata responsabile del suo stesso stupro, in quanto “una ragazza per bene non va in giro alle 9 di sera” e “una ragazza è molto più responsabile dello stupro di un ragazzo”

Nel momento in cui una bambina viene violentata, nella cultura indiana, è la famiglia ad essere disonorata e violata e i suoi famigliari reagiscono alla stregua di come in Occidente una persona potrebbe reagire se qualcuno gli rubasse la macchina: si sentono privati di un loro bene, qui rappresentato dall’onore della ragazza. Nel documentario Rape is consensual-Inside Haryana’s Rape culture viene spiegato molto bene come la bambina/donna sia vittima ma anche co-responsabile delle violenze subìte: se una donna viene stuprata mentre si trova su un mezzo pubblico, è anche perché non ha avuto il senno di rimanere a casa. Se una bambina viene violentata non potrà sposarsi vergine (forse nessuno la vorrà sposare) e ciò sarà una vergogna per la sua famiglia. Tra le interviste riportate all’interno del documentario spicca quella fatta ad una giovane alunna, che racconta: “La nostra insegnante ci ha detto che anche le ragazze sono colpevoli in caso di stupro. La nostra colpa è di fare amicizia con i ragazzi, che poi si avvantaggiano di questa amicizia”.

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Yjoti Singh

Anche Dei e demoni stuprano

D’altronde, tutto questo è dimostrato a livello culturale dall’esistenza della pratica del Sati, fortunatamente resa illegale nel 1929 (ma ancora messa in pratica in alcuni luoghi di provincia): il rito prevederebbe che alla morte di un uomo, sua moglie debba gettarsi nella pira della cremazione in cui giace il cadavere di lui, morendo a sua volta tra le fiamme. La donna, che esisteva dunque solo come appendice dell’uomo, cessa di essere insieme a lui: come un braccio, o uno dei suoi sensi. Anche il cinema può aiutarci a capire come lo stupro sia concepito, anche dal punto di vista emotivo, in modo differente da parte della società. Nei film occidentali le scene di stupro sono drammatiche, caratterizzate spesso da musiche tetre, ambientazioni cupe e volontà di rendere il dramma. Lo stupratore viene sempre rappresentato sotto una cattiva luce ed è, inequivocabilmente, lui il colpevole.

Nel cinema di Bollywood, invece, spesso le scene degli stupri sono caricaturali, con un che di farsa: colori accesi, musiche rocambolesche ed espressioni macchiettistiche. Il Times of India ha pubblicato anni fa un’ intervista a Swaminathan Anklesaria Aiyar, attore indiano, che ha affermato di aver girato centinaia di scene di stupro nei suoi film e che il pubblico ha sempre reagito allo stesso modo: con allegria e grande entusiasmo. Film come Rape Victim e Hunter mostrano questo genere di violenza macchiettistica e, per comprendere fino a che punto si parli di un fenomeno ormai iconico a livello cinematografico, su Youtube si trovano decine di filmati con spezzoni di film contenenti stupri: si tratta di produzioni di serie B di Hollywood, di grande successo tra il pubblico.

Le radici della cultura dello stupro sono antiche, e anche i miti e i poemi epici ne sono intrisi. Nel Ramayana, ad esempio, si narra la storia di Rama e Sita, sposi innamorati e di rango reale. I due, confinatisi in una foresta, si imbattono nel demone Ravana, che si invaghisce di Sita e la rapisce per possederla: non ci riuscirà ma, quando Sita verrà liberata dal marito, sarà lei a dover dimostrare l’inesistenza dell’amplesso tra lei e il demone sottoponendosi alla prova del fuoco. E, anche davanti al successo della prova, i cittadini con la loro diffidenza indurranno Rama a cacciare la donna, nel dubbio di un avvenuto peccato. Anche davanti ai demoni, la donna potrebbe essere colpevole.

L’Occidente? Non è privo di colpe

Non si può certo nascondere il fatto che negli ultimi anni il problema sia sempre più sentito, soprattutto perché il mondo occidentale ha cominciato a porgervi l’attenzione, e con lui le istituzioni governative che si occupano di diritti umani, con sempre maggiore attenzione. Il caso di Jyoti Singh, ad esempio, non passò inosservato: ci furono grandissime manifestazioni di strada a New Delhi e l’opinione pubblica per la prima volta si oppose con forza alla possibilità che anche Jyoti finisse nel dimenticatoio: i suoi 5 stupratori vennero condannati a morte e, almeno sotto certi aspetti, la giovane studentessa ricevette giustizia.

A questo punto potrebbe sembrare ovvio, per un lettore di cultura occidentale, di essere parte di una contesto molto più progressista per quanto concerne la visione della donna.

Sbagliato.

Alcuni eventi e fenomeni hanno sicuramente permesso un’evoluzione in positivo della figura umana (in generale) e di quella femminile (nello specifico). Si pensi a fenomeni come i movimenti femministi degli anni ’60 e ’70, che hanno portato a un’emancipazione della donna come individuo indipendente dall’uomo e mai più costretta a essere legata a lui per affermarsi socialmente. Movimenti come questi ultimi hanno permesso dei passi avanti, ma sarebbe un errore pensare che non esista da noi una cultura dello stupro: è solo differente da quella presente in India. 

Un articolo del 2014 pubblicato da Huffington post –Guida per gentiluomini alla cultura dello stupro- porta una nuova prospettiva sul problema delle violenze sulle donne, sostenendo che la cultura dello stupro sia alimentata da secoli di comportamenti devianti e deviati, che vedono la donna come co-responsabile -consapevole o meno- delle violenze del subisce. Zaron Burnett, autore del pezzo, sostiene che l’essere uomo implichi automaticamente una partecipazione alla cultura dello stupro: “Com’ è che TU partecipi alla cultura dello stupro? Beh, odio dovertelo dire, ma è semplicemente perché sei un uomo”. Provocatorio? Sì, certamente, ma non privo di fondamenta logiche.

La tesi di Burnett è che la donna viva una costante necessità di difendere sé stessa, che agli uomini è estranea: “Una donna deve considerare dove sta andando, che ore sono, a che ora arriverà alla sua destinazione e a che ora se ne andrà, che giorno della settimana è, se in un momento dato si troverà da sola…le considerazioni vanno avanti all’infinito”. Si tratta sicuramente di una visione forte e forse un po’ mandata agli estremi, ma riesce a spiegare il perché di alcuni fenomeni che seguono, malauguratamente, le denunce di stupro. Si pensi al caso dello stupro di Pamplona: una ragazza fu violentata nell’androne di casa da 5 uomini conosciuti durante una serata, e la sentenza del tribunale dichiarò che non c’era stata “violenza palese né intimidazione vera e propria, ma solo un consenso viziato”. la condotta della donna fu analizzata: aveva bevuto? Aveva dato confidenza agli uomini? Risultò che aveva dato un bacio ad uno di loro, prima della violenza, e questo bastò a “legittimare” l’idea che ci fosse stato, se non un parziale consenso, la creazione di un contesto ambiguo.

L’Italia non è esente da casi simili: ad esempio fu eclatante il caso dello stupro di Marechiaro. Accadeva più di un anno fa: una ragazza venne violentata dietro gli scogli di Posillipo da un gruppo di ragazzi tra cui c’era anche il ragazzo che le piaceva. Da sola, dopo le violenze, era riuscita ad individuare le identità dei suoi stupratori su Facebook e li aveva denunciati. Sulla sua bacheca si era riversato un fiume di attacchi da parte di conoscenti e coetanei: “Ma come, prima fai e poi ti tiri indietro?” o, ancora: “Io se devo fare sesso non vado a chiamare ’e guardie”. Alcuni l’avevano minacciata di morte, o derisa. Molte erano donne: molto spesso, infatti, a giudicare in modo negativo consuetudini e comportamenti delle vittime sono proprio altre donne.

Per non parlare, poi, del caso di Desirée Mariottini: giovane, era entrata nel giro della droga ed è stata stuprata più volte dopo essere stata tramortita da un cocktail di farmaci e droga che infine l’ha uccisa. L’opinione pubblica, anche nel caso di Desirée, si è scatenata: Desirée era morta, sì, ma non avrebbe dovuto drogarsi, e non avrebbe dovuto frequentare persone che -DOVEVA saperlo– l’avrebbe aggredita, prima o poi. Desirée avrebbe dovuto essere saggia, prudente ed assennata: Desirée non avrebbe dovuto compiere errori. A 16 anni.

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I funerali di Desirée

Lo stupro è l’unico caso in cui l’uomo aggredisce un altro essere vivente – e non a scopo di sopravvivenza- in cui si cerca di capire, continuamente, cosa avrebbe potuto fare la vittima per evitarlo: è un po’ come se cercassimo costantemente di capire cosa potrebbero o dovrebbero fare gli animali nella savana per evitare i bracconieri. Eppure, non si parla di elefanti o rinoceronti che “se la sono andata a cercare”. Nonostante il distacco che ci piacerebbe avere dal problema, la cultura dello stupro esiste anche nella cultura occidentale, anche se la donna viene ritenuta unico oggetto delle violenze: non lo è la sua famiglia, non lo è suo marito. Lo è lei che però, a volte, avrebbe certo potuto salvarsi da sola.