L'India in guerra contro le sue bambine


Notizie di stupri, di sevizie, di molestie che arrivano dall'India sono all'ordine del giorno. Storie agghiaccianti che hanno come vittime designate le donne, ancora di più le bambine. Per capire meglio il fenomeno bisognerebbe conoscere la storia del Paese e conoscerne le statistiche. I dati relativi agli abusi però sono quasi impossibili da ottenere.

Quante donne subiscono stupri?

Se si vuole conoscere un dato reale sulle violenze sessuali nel Paese bisogna arrendersi quasi immediatamente. La maggior parte delle donne o delle bambine che tentato di denunciare uno stupro non viene ascoltata. La polizia le convince a non sporgere denuncia o le ignora totalmente. Una lotta senza fine che non termina con la violenza vera e propria, anzi. I medici non sono migliori, spesso le pratiche mediche a cui vengono sottoposte per "verificare uno stupro" sono nuovi atti di molestie e abusi. Il test della verginità, largamente noto anche come "test delle due dita", viene effettuato dai medici per controllare se l’imene sia intatto. In India è diffusa l'idea che l’imene si possa rompere solo quando la donna vive il suo primo rapporto sessuale, cosa che oggi si sa non essere vera. Nel 2014 il ministero della Salute indiano ha cercato di mettere un freno a questa pratica ritenuta una ulteriore violenza, e ha reso noto un nuovo protocollo di cura medico-legale per le vittime di stupro, che considerava quindi superato il test delle due dita. Sembra però che cambiare la mentalità e la cultura indiana non possa passare da un semplice protocollo, infatti da un’indagine compiuta da Human Rights Watch si è scoperto che il test è ancora largamente diffuso e praticato.

Le violenze sessuali sui minori, tra il 2013 e il 2016 sono passate da 58.224 a 106.958. L'ufficio nazionale per i crimini indiano ha rivelato che nel 2016 lo stupro delle bambine è aumentato dell'82% rispetto all'anno precedente. I dati sugli stupri commessi da persone vicino alla minore sono agghiaccianti: il 95% degli stupratori sono persone di famiglia, amici o vicini di casa. Un rapporto pubblicato a New Delhi dalla ong Child Rights and you porta alla luce quanto i dati siano terribili: ogni 15 minuti un minore subisce in India una violenza sessuale. L'aumento della percentuale sugli stupri potrebbe avere però una spiegazione più complessa: nel Paese serpeggia aria di cambiamento, le donne sono sempre più consapevoli e per questo motivo portate a denunciare molto di più.

Le donne non sono le uniche ad essere colpite dall'ondata di violenza che in India sembra essere cosa naturalmente accettata dalla società. I minori che vivono in strutture di accoglienza spesso ricevono sorti analoghe, se non peggiori, di quelle di donne adulte. Alcuni di questi centri per i minori non sono segnalati, non rispettano le regole e non ci sono dati certi sul numero o i nomi dei bambini che ci vivono. Minori invisibili, di cui nessuno si occupa e che nessuno ascolta. Per cercare di mettere un freno all'ondata di violenza, la commissione per la protezione dei diritti dell’infanzia ha ordinato e condotto una serie di ispezioni in diverse strutture di accoglienza per bambini in difficoltà dopo il caso di alcuni abusi sessuali ai danni dei minori ospitati in una casa di accoglienza a Muzaffarpur, in Bihar, e anche a Deoria, in Uttar Pradesh. I risultati parlano chiaro, da agosto 539 di queste case sono state chiuse. I dati più allarmanti arrivano dalla regione della Maharastra, 377 strutture sigillate; subito dopo vengono le 78 in Andra Pradesh e le 32 nel nuovo stato di Telangana. Alcune di queste strutture non erano registrate, non comparivano su nessun documento ufficiale per non parlare del totale disprezzo delle norme. Il Ministero ha ordinato che tutte le strutture esistenti si registrino nel giro dei prossimi due mesi, sottolineando quindi che esiste la possibilità che molte di queste non siano ancora state scoperte.

[caption id="attachment_317478" align="alignnone" width="854"]L'India in guerra contro le sue bambine Una delle proposte a Delhi. Foto: AFP[/caption]

Il rispetto delle leggi

Per anni la pena in caso di stupro è stato l'ergastolo. L'aumento esponenziale degli stupri e le proteste di una parte del Paese hanno convinto il governo a cercare una soluzione per sedare gli animi di un Paese in guerra con se stesso: così è stata introdotta la pena di morte. Questa è da considerarsi una mossa politica, come ha spiegato Human rights watch infatti, le pene non vengono quasi mai applicate, quindi il loro inasprimento non può essere un vero deterrente. In un rapporto Human rights watch ha spiegato come spesso le vittime di violenza che si rivolgono alla polizia o negli ospedali dopo uno stupro, non vengano credute e anche molestate nuovamente e spesso sottoposte al test della verginità, una pratica disumana che non ha, come spiegato in precedenza, alcun fondamento scientifico.

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Lo stupro di Asifa

Un caso che ha tutte queste caratteristiche e ha sconvolto l'India tanto da portare le donne in strada è quello dello stupro di Asifa. Siamo a Kathua, nel Kashmir indiano, dove lo scorso gennaio una bambina di otto anni, è stata rapita, stuprata, drogata, malmenata e infine uccisa. Quella zona del Kashmir vive un periodo di forte tensione tra musulmani e indù. I musulmani sono il 13% della popolazione e vivono giornalmente attacchi da parte di gruppi estremisti indù. Il 10 gennaio Asifa, 8 anni, stava pascolando i cavalli, quando un uomo l'ha attirata nella foresta. A quel punto è stata presa per il collo e costretta a prendere dei sonniferi: subito dopo, grazie all'aiuto di un secondo uomo, Asifa è stata presa e rinchiusa in un tempio indù. La storia della bambina da questo momento diventa un rapporto forense: per 3 giorni è rimasta rinchiusa e stuprata ripetutamente. Oltre a questo è stata colpita con una pietra e infine strangolata. Il corpo di Asifa è stato poi buttato nella foresta e ritrovato una settimana dopo.

[caption id="attachment_317496" align="alignnone" width="854"]L'India in guerra contro le sue bambine Il volto di Asifa durante le proteste - Foto: Ansa/Epa[/caption]

Le conseguenze

Dopo il ritrovamento otto uomini sono stati arrestati: sei con l’accusa di essere coinvolti e due per aver cercato di compromettere le prove. Questi ultimi sono poliziotti. Gli agenti che hanno interrogato gli arrestati hanno raccontato che alcuni di loro hanno confessato, e  in ogni caso ci sarebbero le prove del DNA che li collocano sulle scena e li collegano direttamente sia allo stupro che all'omicidio della bambina. I due poliziotti implicati sono accusati di essere stati pagati 500mila rupie per depistare le indagini. Questo è solo uno di quei moltissimi casi in cui il ruolo della polizia è venuto meno. A pagare i due agenti sarebbe stato Sanji Ram, il custode del tempio indù in cui la bambina è stata segregata e violentata. La polizia ha anche spiegato che l'attacco alla bambina sarebbe da considerarsi una "mossa" spaventare i pastori nomadi musulmani. Dopo gli arresti un mare di proteste si sono sollevate, ma non tutte come ci si aspetterebbe.

Le proteste

Se da una parte molti hanno alzato la voce perché ci fosse giustizia per la piccola Asifa, dall'altra le proteste per la scarcerazione degli uomini arrestati sono state ancora più forti e più significative. I membri di un gruppo estremista indù hanno manifestato e chiesto che la polizia liberasse gli arrestati in marcia per le strade di Jammu, la più grande città del sud del Kashmir. Ad aprile ben 40 avvocati indù hanno cercato di impedire che il rapporto sulle indagini venisse regolarmente consegnato. Sameer Yasir, un giornalista indipendente di Srinagar, ha raccontato alla BBC che quando ha provato a portare la storia di Asifa all'attenzione dei giornalisti di New Delhi sembrava quasi che tutto li interessasse tranne che quella violenza, o, peggio ancora, tutte le violenze. Pare quasi che il livello di brutalità sia ormai così alto e così costante da aver messo a dormire le coscienze che si svegliano solo per brevi momenti quando i dettagli sono molto truci, e comunque mai del tutto. Shiv Visvanathan, un sociologo indiano, ha cercato di spiegare perché la società indiana sembra diventata insensibile al fenomeno dello stupro: "Non esiste più l'idea di diritti umani, ci sono i diritti indù e i diritti musulmani, la nostra lealtà va ora a religione, casta e gruppi", ha rivelato alla BBC.

Quello di Asifa è tristemente un caso esemplare. Non solo la polizia è coinvolta nel depistaggio delle indagini, ma, come spiegato in precedenza, ha fatto anche il possibile perché le ricerche della bambina non avessero esito positivo. Dopo due giorni dalla sua sparizione, la famiglia si è infatti recata dalle autorità per presentare denuncia di scomparsa. Gli agenti non sono stati stati utili, anzi, come raccontato dal padre della piccola, il signor Pujwala, hanno rifiutato di cercarla perché secondo loro, a soli 8 anni, Asifa sarebbe scappata con un uomo.

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[caption id="attachment_317492" align="alignnone" width="853"]L'India in guerra contro le sue bambine Le proteste per Asifa. Foto: Ansa/Epa[/caption]

Asifa e le altre

È passato quasi un anno dallo stupro di Asifa e niente è cambiato. La piaga, per quanto il termine possa apparire blando, della violenza contro le donne in India non accenna a fermarsi, ma ad oggi sembra praticamente irrisolvibile. Solo poche settimane fa una bimba di appena 3 anni, in un sobborgo di New Delhi, è stata prima seviziata poi violentata e infine uccisa a colpi di mattoni da un uomo. Il corpo è stato ritrovato il giorno successivo alla scomparsa in un edificio abbandonato: la piccola era nuda e aveva una borsa di plastica sulla testa. Lo scorso maggio una ragazza di appena 16 anni è stata violentata e poi bruciata viva nello Stato di Madhya Pradesh. La 16enne è stata uccisa perché aveva detto al suo violentatore che avrebbe raccontato tutto alla sua famiglia. Non è la sola in India ad essere stata bruciata viva dopo la violenza solo negli ultimi mesi. La violenza però che tutti ricordano è quella commessa ai danni di una studentessa di 23 anni stuprata a bordo di un autobus da sette uomini nel 2012. Alla fine è stata completamente spogliata e abbandonata in mezzo alla strada insieme all'amico che era con lei sul pullman, anche lui duramente picchiato. La "Figlia dell'India", così era stata soprannominata dai media, è morta 72 ore dopo per le ferite riportate. Il caso allora era stato raccontato dai media di tutto il mondo tanto che molti politici si erano trovati costretti a schierarsi e a garantire che qualcosa sarebbe cambiato. Sei anni dopo nessun passo avanti è stato fatto.