human rights watch myanmar

“Temo che la famiglia cinese cercherà di trovarmi”. La paura di Seng Moon è la stessa provata dalle 37 donne del Myanmar intervistate dalla ONG Human Rights Watch per il report intitolato Give us a Baby and We’ll Let You Go (Dacci un bambino e ti lasceremo andare). Donne indotte con l’inganno ad attraversare il confine che separa il Kachin, lo Stato più a nord del Myanmar, dalla grande Cina, con la promessa di un lavoro dignitoso. Donne in realtà vendute per poche migliaia di dollari a uomini cinesi, ingabbiate in stanze senza contatti con l’esterno, schiavizzate, violentate e messe incinta.

Il conflitto nel Kachin

Il Myanmar non è nuovo a storie di diritti umani violati.

Tra gli abitanti del Kachin, zona sconvolta da anni di guerra civile per l’indipendenza, regna ormai la disperazione. E la disperazione, si sa, è la molla che induce ad accettare ogni proposta che possa migliorare la propria vita. I conflitti hanno lasciato oltre 100mila persone senza casa, costrette a vivere in campi profughi. Il Myanmar, però, non è molto generoso in quanto ad aiuti umanitari. Accade così che i profughi ricevano ogni 45 giorni un pacchetto di viveri ridotto all’osso: due tazze di riso per ogni giornata, più sei dollari per coprire le spese “extra” – sale, olio e ogni altro genere alimentare.

Cartina del Kachin in Myanmar
Il Kachin è lo stato più a nord del Myanmar e confina con la Cina

La promessa di un lavoro in Cina

Con gli uomini impegnati nel conflitto, sono le donne a dover provvedere alla famiglia e a far fronte alla carenza di posti di lavoro, ai salari bassi nonché alle barriere sociali e educative. Si appoggiano a reti informali di amici e conoscenti per cercare un impiego, e vengono così a sapere che nella confinante Cina il lavoro c’è, ed è pagato meglio. Il pensiero di emigrare è allettante, ma esse non sanno che molti dei posti di lavoro promessi nascondono in realtà un’autentica tratta di donne-incubatrici, vendute a uomini cinesi per dar loro un erede.

Bastano poche migliaia di dollari (tra i 3 mila e i 13mila) per comprare la vita di una donna birmana.

Donne schiavizzate

Quando le donne intraprendono il viaggio verso la Cina, spesso sono state convinte da qualcuno di cui si fidano, un familiare o un amico. Sono queste le ingannevoli  figure all’origine della tratta. Una volta giunte in Cina, le donne scoprono l’amara verità: ad attenderle non c’è un lavoro, ma un uomo cinese e una stanza che, da quel momento, diventa la loro prigione. “Sono stata chiusa nella stanza, non potevo usare il telefono”, racconta Nang Shayi, vittima dei trafficanti a 18 anni. “Per una settimana ho pianto. Non ho mangiato nulla. Tutto ciò che potevo fare era pregare. Poi ho realizzato che non avevo più possibilità di scelta… Sono stata lì per quattro anni”. La maggior parte delle donne intervistate ha vissuto come una prigioniera per almeno un anno, ma in molti casi la detenzione casalinga si è protratta per oltre tre anni.

Il dovere delle donne: dare alla luce un bambino

“Ecco tuo marito. Ora siete una coppia sposata. Siate buoni l’uno con l’altro e costruite una famiglia felice”. Seng Moon è stata accolta con queste parole dai suoi acquirenti cinesi. La politica del figlio unico, adottata fino al 2015, ha provocato in Cina una vera carenza di donne. Si stima che oggi ci siano circa 30/40 milioni di uomini in più delle donne: questo perché le famiglie, potendo avere un solo figlio, hanno preferito una progenie maschile, in grado di lavorare e sostenere economicamente i genitori. Oggi gli uomini, in prevalenza numerica, faticano a trovare una partner e sono per questo disposti a ricorrere all’illegalità pur di avere una moglie che possa donar loro un erede.

I tentativi di fuga verso il Myanmar

Ripetutamente violentate e talvolta sottoposte a trattamenti per la fertilità, le donne birmane devono assolvere un preciso compito: dare alla luce un bambino. Dopo il parto alcune famiglie cinesi le lasciano libere, a condizione che non portino via con loro anche il figlio. Un compromesso non sempre accettato dalle vittime. Non tutte le donne, inoltre, vengono liberate dai loro aguzzini. I tentativi di fuga talvolta vanno a buon fine e le birmane riescono a ritornare nel loro paese d’origine, benché in stato di shock. Molte scelgono di tenere per sé la loro disavventura e non denunciano i trafficanti. Questo è il motivo per cui è così difficile stimare il numero complessivo di donne e ragazze del Myanmar vendute come spose.

(Immagine in alto:frame del video di Human Rights Watch)