
C’è un punto che la sinistra continua ostinatamente a non vedere, e che l’ennesimo pasticcio sul confronto ad Atreju rende evidente come non mai. Non si tratta della furbizia di Giorgia Meloni, né della sua capacità di dettare l’agenda. Il vero problema è un altro: l’opposizione non riesce nemmeno a fare opposizione insieme. Figuriamoci governare insieme. E ogni volta che può dimostrarlo, lo dimostra.
In questi giorni Schlein e Conte hanno offerto alla premier un assist che lei non avrebbe nemmeno osato chiedere. Una sinistra che scopre di essere competitiva, ma che appena intravede un varco per indebolire il Governo finisce inesorabilmente per azzoppare sé stessa, divisa da un protagonismo infantile che oscilla tra ambizioni personali e ansie identitarie.
Schlein, Conte e il copione che si ripete
Il caso Atreju è solo l’ultimo esempio di un copione consumato. Schlein lancia un’idea rischiosa ma politicamente legittima: un faccia a faccia con Meloni. Punta a polarizzare lo scontro, a far emergere le ritrosie di una premier che evita i confronti veri, sperando nel mezzo passo falso dell’avversaria. Conte, invece, fiuta la possibilità di ritagliarsi un ruolo da co-leader del campo e rompe il quadro: si infiltra nella scena, rilancia, si auto-invita. Così Meloni può permettersi perfino il lusso di fare la parte del direttore d’orchestra e proporre un confronto a tre, lasciando che siano loro, ancora una volta, a litigare tra di loro.
È questa l’immagine che arriva agli elettori: una maggioranza in difficoltà che trema sulla manovra, si incarta sulla riforma della giustizia, apre il dossier legge elettorale per puro calcolo, rischia di essere travolta da un’inchiesta bancaria; e un’opposizione che, invece di affondare il colpo, discute di chi sale per primo sul palco.
La sinistra che si autosabota
La verità è semplice, persino brutale. La sinistra italiana è ancora bloccata nel suo vizio antico: confondere la competizione interna per la leadership con la costruzione di un’alternativa. E mentre Conte e Schlein si guardano in cagnesco, Meloni incassa. Registra. Sorride. Perché sa che finché dall’altra parte non c’è un leader riconosciuto, non c’è nemmeno una minaccia reale.
Non serve essere di destra per constatarlo: basta essere onesti.
Ecco il punto che il centrosinistra continua a ignorare. Non basta essere “unitari” nelle dichiarazioni. Serve una strategia politica minima, un campo condiviso, una voce riconoscibile. Con due leader che giocano due partite diverse, uno più radicale per necessità di sopravvivenza, l’altra impegnata in un percorso di legittimazione verso Palazzo Chigi, la confusione è inevitabile. E il risultato pure: un’opposizione che appare debole perfino quando ha ragione.
Intanto Giorgia Meloni, nel momento più complesso del suo mandato, può permettersi di prendere fiato. Lo fa perché chi dovrebbe incalzarla perde tempo a contendersi un titolo che nessuno dei due riesce a conquistare davvero: essere il leader di una coalizione che non c’è.
Il centrosinistra potrà anche essere competitivo alle Politiche. Ma continuerà a perdere finché non capirà la regola più semplice della politica: prima si decide chi conduce il campo, e poi si decide come si vince la partita. Altrimenti la destra non avrà nemmeno bisogno di muovere una pedina: basterà guardare la sinistra che, come sempre, si autosabota da sola.


