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Cinema in lutto, addio a un mito assoluto! Quel film epico

Pubblicato: 29/11/2025 19:26

Il sipario cala su un’epoca. Un’eco di applausi lontani si spegne, lasciando dietro di sé solo il silenzio di una platea vuota. La penna, che per decenni ha danzato sulla carta intessendo trame di ingegno brillante e profonda umanità, giace ora immobile. C’è un vuoto improvviso nel panorama culturale, la consapevolezza che una delle voci più acute, argute e irriverenti della letteratura e del teatro moderno è venuta meno.

Il dolore è quello che si prova per la perdita di un maestro, un artigiano delle parole che con i suoi drammi surreali e le sue commedie sofisticate ha saputo non solo intrattenere, ma costringere intere generazioni a riflettere sul linguaggio, sulla memoria e sulla condizione umana. Restano le sue opere, fari luminosi di acutezza intellettuale e geniale costruzione, a perpetuare un’eredità che non si esaurirà con l’ultimo inchino.

Addio a Tom Stoppard

Ci ha lasciati all’età di 88 anni Sir Tom Stoppard, drammaturgo, regista e scrittore britannico di fama mondiale, come annunciato dalla BBC. Considerato uno dei drammaturghi britannici più apprezzati e prolifici del secondo Novecento, Stoppard ha lasciato un’eredità artistica imponente, caratterizzata da un’eccezionale miscela di ingegno, irriverenza e profonda umanità. La sua carriera è stata costellata di successi, tra cui un Premio Oscar per la sceneggiatura di Shakespeare in Love e ben cinque premi Tony per opere teatrali fondamentali come Rosencrantz e Guildenstern sono morti, I mostri sacri, The Real Thing, The Coast of Utopia e la sua ultima fatica, Leopoldstadt.

L’agenzia dello scrittore ha espresso il suo profondo dolore: “Siamo profondamente addolorati nell’annunciare che il nostro amato cliente e amico, Tom Stoppard, è morto serenamente nella sua casa nel Dorset, circondato dalla sua famiglia. Sarà ricordato per le sue opere, per la loro brillantezza e umanità, e per il suo ingegno, la sua irriverenza, la sua generosità d’animo e il suo profondo amore per la lingua inglese”. La sua vita, segnata dalla fuga e dalla ricerca di un’identità, è stata la materia prima di un teatro che ha saputo interrogare la condizione umana con rara acutezza intellettuale.

Le radici del maestro: infanzia, fuga e il nuovo cognome

Nato il 3 luglio 1937 a Zlín, all’epoca in Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca), Tom Stoppard portava il nome di Tomáš Straussler. I suoi genitori, Eugen Straussler, un medico, e Martha Beckova, erano entrambi ebrei non praticanti. L’ombra dell’occupazione nazista costrinse la famiglia a una precipitosa fuga. Cercando rifugio dall’avanzata giapponese, si spostarono prima a Singapore e poi in India, dove il giovane Tom ricevette un’educazione di impronta britannica, un fattore che avrebbe plasmato la sua futura carriera. Durante questa drammatica fuga, il padre morì. La madre, Martha, si risposò in seguito con il maggiore inglese Kenneth Stoppard, dal quale Tom prese il cognome che lo avrebbe reso celebre. Nel 1946, la famiglia Stoppard si stabilì finalmente in Inghilterra, dove il futuro drammaturgo completò la sua formazione.

La vocazione letteraria di Tom Stoppard emerse presto. A soli 17 anni, lasciò il collegio per intraprendere la carriera di giornalista, un mestiere che affinò il suo stile e la sua padronanza della lingua. Questo periodo di apprendistato fu cruciale per sviluppare quella precisione verbale e quell’amore per la struttura che sarebbero diventati il suo marchio di fabbrica. La transizione verso il teatro avvenne nel 1960, quando completò la sua prima opera teatrale, Un passo nell’acqua (A Walk on the Water), successivamente riproposta con il titolo di Enter a Free Man. Tra il 1962 e il 1963, Stoppard lavorò a Londra come critico teatrale per la rivista Scene, un’esperienza che gli permise di studiare da vicino le dinamiche della scena e affinare il suo sguardo critico. Non esitò a usare occasionalmente lo pseudonimo di William Boot, dimostrando già una certa predilezione per il gioco e la metateatralità.

La consacrazione: Rosencrantz e l’Oscar

Il successo internazionale arrivò in modo fragoroso nel 1967 con Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Questa tragicommedia surreale e filosofica, che rilegge Amleto dal punto di vista di due personaggi secondari, fu un trionfo immediato al National Theatre. L’opera lo consacrò come una voce nuova e irriverente del teatro. Stoppard stesso la adattò per il cinema nel 1990, un film che vinse l’ambito Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, suggellando la sua abilità nel passare dal palcoscenico allo schermo. La sua maestria nella sceneggiatura raggiunse l’apice nel 1998, quando vinse l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale per il film Shakespeare in Love, una commedia romantica che combinava farsa storica e omaggio letterario.

L’impegno civile: voce dei dissidenti

A partire dalla fine degli anni Settanta, la carriera di Stoppard si arricchì di un profondo impegno civile e politico. La sua attenzione si concentrò sui diritti umani, in particolare sulla sorte dei dissidenti nell’Europa orientale e nell’Unione Sovietica. Nel 1977, si recò in Russia come membro di Amnesty International, dove incontrò figure chiave come Vladimir Bukovsky. Tornò anche nella sua nativa Cecoslovacchia, all’epoca sotto il regime comunista, dove conobbe il drammaturgo e futuro presidente Václav Havel. Queste esperienze diedero vita a numerosi articoli e al suo coinvolgimento con organizzazioni come Index on Censorship e il Committee against Psychiatric Abuse, rendendolo un intellettuale di riferimento nella lotta per la libertà.

Dagli anni Settanta in poi, Tom Stoppard si affermò come uno degli autori più acclamati della scena internazionale, sviluppando uno stile unico che alternava le complessità del teatro dell’assurdo con la struttura e la riflessione del dramma sofisticato. Opere come I mostri sacri (1974) e la farsa 15 Minute-Hamlet (1976) furono seguite da capolavori come The Real Thing (1982) e Traversata burrascosa (1984). Gli anni Novanta consolidarono ulteriormente il suo prestigio con Arcadia (1993), Indian Ink (1995) e The Invention of Love (1997), spesso citata come una delle sue prove più riuscite per la sua profondità intellettuale. Nel 2002, tornò al trionfo teatrale con la trilogia The Coast of Utopia, che gli valse il suo quarto Tony Award. Seguì il successo di Rock ‘n’ Roll nel 2006, una riflessione su politica e musica. La sua ultima, potente opera, Leopoldstadt (2020), riportò al centro della riflessione pubblica la sua memoria e identità ebraica, un dramma che, con grande risonanza, ha toccato le corde del pubblico del West End. Nel 1997, la regina Elisabetta II lo aveva onorato nominandolo Knight Bachelor, rendendo il suo nome un titolo nobiliare, un riconoscimento della sua importanza culturale per il Regno Unito.

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