Renzi

La carriera politica di Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio ed ex segretario del Partito Democratico, non è ancora finita e sarebbe possibile una futura ri-discesa in campo, stando a quanto dichiarato dallo stesso al settimanale Oggi nel corso di una recente intervista.

Renzi contro il populismo gialloverde

L’ex premier si è posto in una posizione di ferma opposizione contro l’attuale esecutivo leghista-pentastellato e sarebbe stata proprio l’inaspettata svolta populista del Bel Paese a convincerlo a riprendere un ruolo di primo piano in politica. Dopo il ritiro dal ruolo di Presidente del Consiglio in seguito al fallimento del referendum costituzionale del 2016, alla base della crisi e della caduta del suo esecutivo, Renzi si è anche dimesso dalla segreteria del PD e ha mantenuto un profilo basso, almeno fino alla batosta elettorale subita dal partito alle elezioni amministrative, regionali e nazionali dello scorso anno.

In merito a quel momento fatale dichiara: “Lì ho fatto la scelta di rimanere non più al governo ma di restare in campo. Però la sensazione che ho provato andando a letto quella sera era per l’occasione persa dall’Italia.

In fondo, alla fine al governo ci posso anche tornare… Io sono molto fiero, felice e contento delle cose che ho fatto, anche degli errori e dei limiti“.

Renzi

Matteo Renzi. Foto: Facebook

Il nuovo corso politico inaugurato dal cosiddetto “governo del cambiamento” all’ex premier non piace proprio, soprattutto le posizioni antiscientifiche assunte da alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle e l’esibizionismo di Matteo Salvini: “Non lascio il futuro a quelli che contestano i vaccini e fanno i condoni, a quelli che dicono che la cultura non è importante, a quelli che fanno i sottosegretari alla cultura e si vantano di non aver letto un libro“.

Quale futuro per il Partito Democratico?

Dall’egemonizzazione del panorama politico nazionale sin dal dopo-Berlusconi, al peggior risultato elettorale della sua storia alle recenti elezioni del 2018, il Pd è oggi frammentato e diviso, apparentemente incapace di recuperare consensi e quindi alla ricerca di una nuova leadership restauratrice.

Il 3 marzo 2019 sono previste le nuove primarie del partito, che vedranno fronteggiarsi sei candidati: Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e primo favorito secondo i sondaggi; Maurizio Martina (ex segretario reggente) che si candida con Matteo Richetti; Francesco Boccia; Dario Corallo; Maria Saladino e la candidatura congiunta formata da Anna Ascani e Roberto Giachetti.

 Marco Minniti, ministro dell’Interno durante il governo Gentiloni, in un primo tempo tra i candidati, ha ritirato la sua candidatura lo scorso dicembre.

Zingaretti

Nicola Zingaretti è il principale favorito alla guida del Partito Democratico. Foto: Facebook

Il PD unito o diviso

Renzi, che non figura tra i candidati alla segreteria, è comunque interessato a ricoprire nuovamente un ruolo di rilievo nel partito e smentisce con fermezza le indiscrezioni ricorrenti che lo vorrebbero fautore di una futura scissione: “Fare un nuovo partito?

Fantapolitica!“.

Ad ogni modo, qualsiasi sarà l’esito delle primarie, il nuovo segretario dovrà fronteggiare una serie di sfide vitali per la sopravvivenza dell’ex partito di governo: il crollo dei consensi, sia a livello nazionale che nelle roccaforti locali, l’elaborazione di un programma lungimirante, il superamento delle divisioni interne, e l’abilità di riunire le forze frammentate e disperse del centro-sinistra.