Ospedale al centro della causa

Un fatale scambio di identità. Arriva da New York una notizia che ha dell’incredibile: una donna di Brooklyn ha acconsentito a staccare la spina a suo fratello, dopo la diagnosi di morte celebrale. L’agghiacciante scoperta è avvenuta solo qualche settimana dopo: la donna ha in realtà firmato la morte di uno perfetto sconosciuto, con lo stesso nome del fratello. Le tragiche conseguenze di questa omonimia hanno spinto la donna a fare causa all’ospedale teatro dell’accaduto.

La corsa all’ospedale Saint Barnabas

La vicenda, riportata dal New York Post, ha inizio il 15 luglio, quando Shirell Powell Williams, 48enne del Bronx, riceve una chiamata dall’ospedale Saint Barnabas.

Suo fratello, Frederick Williams, è stato ricoverato in overdose. Le condizioni sono disperate, l’uomo è in fin di vita. Shirell corre in ospedale, dove le si presenta una drammatica scena: “Era intubato alla bocca, aveva un collare” riferisce, “Era un po’ gonfio, ma somigliava davvero a mio fratello”. Dopo due giorni, i  medici ne diagnosticano la morte celebrale.

shirell e fratello

Shirell Powell e il fratello. Foto: Facebook

La decisione di staccare la spina

Ricevuto il bollettino medico, Shirell chiama a raccolta la famiglia dalla Virginia: bisogna prendere una grave decisione.

È il 29 luglio quando la donna, supportata dallo zio e dalla sorella, dà il via libera ai medici e acconsente a staccare la spina al fratello. “È stato devastante”, ricorda Shirell, “Stavo piangendo”.

L’autopsia e la rivelazione

Su richiesta della famiglia, sul corpo di Frederick viene effettuata l’autopsia. Il responso è sconcertante: il Frederick Williams, giunto al Saint Barnabas in overdose, non è in realtà il fratello di Shirell. Il suo nome per esteso è Freddie Clarence Williams.

Un macabro caso di omonimia ha condotto la donna a firmare la sentenza di morte di uno sconosciuto. “Sono quasi svenuta, ho ucciso una persona che non conoscevo nemmeno. Ho dato il mio consenso”, si rammarica Shirell.

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Immagine di repertorio

La causa al Saint Barnabas

Immediata la reazione della donna, che ha fatto causa ai medici dell’ospedale presso la Corte Suprema del Bronx. L’errore pare inaccettabile: il giorno del ricovero l’omonimo Freddie Clarence Williams aveva con sé la sua tessera sanitaria che ne permetteva l’identificazione. Nella ricerca dei parenti da contattare, il secondo nome è stato però omesso e i database dell’ospedale hanno reperito i dati di Frederick Williams, già precedentemente ricoverato presso la stessa struttura.

L’avvocato di Shirell Powell ha tentato di ottenere informazioni sul defunto, ma “i rappresentanti del Saint Barnabas mi hanno praticamente sputato in faccia” riferisce. “È un comportamento sconsiderato. Richiedo un’inchiesta. Delle scuse sarebbero state apprezzate”. Sono sempre i rappresentanti dell’ospedale a sostenere che non ci sia “alcun fondamento” alla causa presentata dalla Williams.

Il ricongiungimento con il fratello

Shirell nel frattempo è riuscita a contattare il fratello: Frederick Williams, vivo e vegeto, è detenuto da inizio luglio a Rikers Island per un reato minore.

Non potevo crederci” ricorda la donna. “Da un lato, sono felice che non fosse mio fratello (l’uomo in ospedale, nda). Dall’altro, ho ucciso qualcuno che era un padre o un fratello”. Il fratello, intervistato in carcere, ha affermato di non avercela con Shirell per aver preso la decisione di staccare la spina. “I medici le avevano detto che non avrebbero potuto fare nulla”, ha spiegato, per poi attaccare: “Com’è possibile che l’ospedale abbia fatto qualcosa del genere? Guardate cos’ha fatto passare alla mia famiglia”. È Shirell stessa a confessare: “Riesco a malapena a dormire, penso a questo tutto il giorno”.

La prigione in cui è detenuto il fratello di Shirell Williams

È giusto mettere fine a una vita?

Nell’attesa di sviluppi, il caso è di certo destinato a riaccendere un complesso dibattito. Nello Stato di New York l’eutanasia attiva è considerata un crimine, mentre è accettata l’eutanasia passiva, così come in molti Stati USA. Ciò significa che ai medici non è concesso somministrare farmaci per porre fine alla vita di un paziente consenziente che non ha possibilità di guarigione; dato che però l’eutanasia passiva è legale, è permesso interrompere trattamenti e procedure con la funzione di mantenere in vita pazienti in stato vegetativo.

Il tema dell’eutanasia è in Italia una materia particolarmente delicata ed è stata al centro di celebri battaglie legali, tra cui ricordiamo il caso di Eluana Englaro. Nel 2017 la questione è stata disciplinata dall’introduzione del testamento biologico: di fatto, questo permette a chiunque di esprimere la propria volontà e rifiutare di sottoporsi a trattamenti quali intubazione, nutrizione e idratazione artificiale se in stato vegetativo. La legge lascia però ai medici la possibilità di obiezione di coscienza.