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Faccine sorridenti, faccine tristi, faccine ammiccanti. Ma anche simboli di vestiti, di cibi, di fiori. Ormai le emoji offrono una grande varietà di espressioni all’interno della comunicazione digitale: per questo sono sempre più utilizzate e, di conseguenza, sempre più importanti. La loro importanza è cresciuta al punto da coinvolgere la sfera giudiziaria della società: le emoji stanno diventando dei veri e propri “indizi” in tribunale.
Il professore di diritto della Santa Clara University, Eric Goldman, ha rintracciato e raggruppato tutti i casi significativi di cui sia rimasta traccia nelle banche dati dei tribunali. Più di 50 casi l’anno scorso, 3 casi invece da inizio anno.
Le emoji non sono ancora considerate delle vere e proprie prove. Tuttavia, potrebbero diventarlo molto presto. Per il momento, comunque, hanno fatto la differenza nello svolgimento di molti processi.

Prostituzione a San Francisco

Un caso significativo si è verificato a San Francisco. Un uomo è stato condannato per sfruttamento della prostituzione. Durante il processo, è stato preso in esame un messaggio mandato, tramite Instagram, dall’accusato ad una donna. Il testo del messaggio non sembrava rilevante: “Teamwork make the dream work”, il cui senso potrebbe essere tradotto con il motto “L’unione fa la forza”. Tuttavia, oltre al testo, erano presenti le emoji raffiguranti tacchi a spillo e sacchi di denaro. Per far luce sull'interpretazione, il tribunale si è rivolto ad un esperto di sfruttamento della prostituzione. Tacchi a spillo e soldi sono stati riconosciuti come simboli: spesso starebbero ad indicare l’ordine di “iniziare a lavorare”. In altri messaggi è stata anche individuata l’emoji della corona, che indicherebbe “il potere del protettore”. Queste scoperte hanno giocato a sfavore dell’accusato.

[caption id="attachment_340161" align="alignnone" width="854"]Emoji in tribunale: quando le faccine diventano indizi... e quasi prove Esempi di emoji con espressioni facciali[/caption]

Affitto mancato

Un caso curioso risale al 2017. Una coppia israeliana stava cercando una casa in affitto. Interessata ad un appartamento in particolare, la coppia ne aveva contattato il proprietario, mostrandosi disponibile a discutere i dettagli. Nessun contratto era ancora stato firmato, tuttavia il proprietario aveva considerato l’accordo concluso e aveva “bloccato” la casa. L’uomo si è ritrovato poi a bocca asciutta: la coppia non si è più fatta viva.
Ad incoraggiare il proprietario era stato un messaggio pieno di emoji di ballerine, segni di vittoria e bottiglie di champagne. La coppia è stata condannata a pagargli un risarcimento, poiché le emoji utilizzate “trasmettevano troppo ottimismo” e suggerivano un reale “desiderio di affittare l’appartamento”.

Un percorso difficile

Non è scontato né banale il riconoscimento ufficiale delle emoji in tribunale. Due difficoltà, per esempio, saltano subito all'occhio.
La prima riguarda l’utilizzo personale che si fa delle emoji. È vero che ognuna di esse ha un nome ufficiale, però è anche vero che spesso si usano in modo soggettivo. Il significato di ogni emoji può cambiare a seconda del contesto e dell’esperienza.
La seconda difficoltà riguarda, invece, la differenza di raffigurazione delle emoji sulle varie piattaforme digitali. Ogni piattaforma, infatti, può modificare certi tratti grafici, accentuandoli o alleggerendoli.
Insomma, il percorso è ricco di ostacoli. Sarà sicuramente interessante seguirne gli sviluppi negli anni a venire. E forse sarà anche necessaria una scelta più accurata delle emoji da inviare.

[caption id="attachment_340164" align="alignnone" width="854"]Emoji in tribunale: quando le faccine diventano indizi... e quasi prove Emoji visualizzate sulla tastiera di due smartphone[/caption]