Napoli, operai salvano la fabbrica con il Tfr, ora fatturano 2 milioni all’anno

Una realtà simile a tante altre in Italia, dura da affrontare. Il fallimento di un’azienda, la perdita del lavoro, le vite di tanti operai sconvolte e poi la rinascita dalle ceneri come una fenice. Quella della cooperativa Screen Sud, con sede ad Acerra, è una storia che è arrivata a un lieto fine, dopo molte sofferenze e prove alle quali sottoporsi. Così, 12 operai hanno salvato dal baratro la fabbrica nella quale lavoravano da anni. Hanno ricevuto l’aiuto della LegaCoop, ma hanno anche impegnato il proprio Tfr, la liquidazione di 15 anni di lavoro, e l’anticipo di mobilità

La controversa storia della fabbrica

Era il 2013 quando la Lafer srl di Nola, società che produceva reti in acciaio, fallisce e viene messa in liquidazione dai proprietari.

Un’azienda che fino a qualche anno prima fatturava circa 7 milioni di euro l’anno e contava 50 dipendenti. Gli ex lavoratori non si sono scoraggiati e, spinti dalla necessità di non perdere il lavoro, si sono auto organizzati per rilevare la fabbrica. Si sono presentati in 12 al tribunale di Napoli e sono riusciti a riacquisire i loro macchinari. Agostino De Luca, responsabile dell’officina e vicepresidente della cooperativa, parla di quel momento: “Dopo il concordato fallimentare le nostre macchine e il magazzino sono stati messi all’asta e noi abbiamo preso il coraggio a due mani e abbiamo partecipato.

Il giudice ci ha concesso il diritto di prelazione, supportati da Lega Coop. Ma non eravamo mai entrati in un tribunale e del tutto inesperti dei meccanismi d’asta, eravamo terrorizzati“. 

La fabbrica nella nuova sede di Acerra. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook
La fabbrica nella nuova sede di Acerra. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook

L’odissea per la rinascita

Dalle ceneri della Lafer nasce la cooperativa Screen Sud. Ma i lavoratori hanno affrontato un percorso a ostacoli. Il Tfr, infatti, tarda ad arrivare perché gli uffici locali dell’Inps sono in ritardo.

Senza risorse economiche e a 60 giorni dalle scadenze per pagare le prime forniture, gli operai decidono di andare a protestare ogni mattina davanti all’Inps, finché i soldi arrivano. Hanno investito dai 7 ai 25mila euro di liquidazione; con l’indennità di mobilità e il Tfr hanno portato il capitale sociale a 130 mila euro. Nonostante gli sforzi, il capannone di Nola viene sabotato, subisce continui furti e, a pochi giorni dall’inaugurazione, un terribile incendio distrugge quasi tutte le speranze degli operai. La fabbrica, allora, viene spostata ad Acerra, dove trova nuova sede. Tutti si sono impegnati per dare una mano per riaprire il prima possibile. 

Uno degli operai a lavoro. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook
Uno degli operai a lavoro. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook

Uno dei lavoratori ha ricordato quel periodo: “Il momento più bello è quando siamo entrati qui, ad Acerra, anche se non eravamo ancora partiti. Ho respirato, dopo 3 anni senza lavoro. È stato orribile. Spero che il nostro esempio possa aiutare altri in Campania. Al Sud purtroppo manca la cultura della cooperazione, c’è troppa diffidenza“.

All'inizio dello scorso mese, gli operai hanno festeggiato l'anniversario della riapertura. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook
All’inizio dello scorso mese, gli operai hanno festeggiato l’anniversario della riapertura. Fonte: Screensud Società Cooperativa p.a./Facebook

Workers buyout

Gli operai, che diventano workers buyout (coloro che salvano un’impresa rilevandola a proprie spese), hanno ricevuto finanziamenti da Cooperazione Finanza Impresa – CFI, dai fondi mutualistici di Legacoop e Confcooperative, Coopfond e FondoSviluppo. Ognuno di questi enti ha destinato alla cooperativa 100mila euro, per un totale di 350mila euro. Adesso la Screen Sud produce 3mila metri quadri al mese di prodotti in acciaio. Il loro mercato di riferimento è quello italiano, sopratutto nel nord est del Paese, ma una parte della loro produzione è destinata anche al Nord Africa, all’Australia e all’Europa. Con un fatturato di 2 milioni l’anno la fabbrica si sta riscattando alla grande.