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Scalare il monte Everest è l’impresa di una vita, nonostante i rischi. Lo sanno bene gli alpinisti che sfidano la cima più alta del mondo e che spesso non riescono a tornare a valle. Nell’ultima settimana ben 7 scalatori sono morti mentre coronavano il loro sogno, probabilmente anche a causa delle lunghe attese necessarie per raggiungere la vetta. Infatti c’è coda anche sull’Everest, come mostra la foto dell’alpinista Nirmal Purja, diventata in pochi giorni virale e che sta facendo riflettere sulla necessità di limitare i permessi per scalare il tetto del mondo.

La fila per raggiungere la cima dell’Everest

Una lunga coda che si snoda lungo il fianco dell’ambitissima vetta, composta da alpinisti in attesa di arrivare finalmente alla fine della scalata.

Nirmal Purja ha reso l’idea con un’impressionante foto dal lato nepalese della montagna, da dove la maggior parte degli scalatori tentano la salita. Una doppia fila di alpinisti che salgono e scendono, con tempi di attesa che vanno dai 20 minuti alle 2 ore in alcune giornate.

L’affollamento è dovuto al fatto che bisogna approfittare delle condizioni meteo migliori nella stagione adatta, un’attesa che può rivelarsi lunga a 8.848 metri. La scalata inoltre è diventata sempre più popolare: come riporta la BBC, i permessi rilasciati negli ultimi anni hanno sorpassato ogni record, arrivando a 807 scalatori che hanno raggiunto la cima solo lo scorso anno.

Un affollamento pericoloso

I rischi aumentano con l’aumentare delle persone presenti sulla cima. I tempi di attesa possono causare l’esaurimento delle bombole di ossigeno, indispensabile a quelle altitudini, dove il livello di ossigeno è solo del 30% rispetto al livello del mare.

Le ultime tre vittime sarebbero morte per la fatica durante la discesa. Nihal Bagwan, 27 anni, sarebbe rimasto bloccato a causa dell’affollamento per 12 ore. L’alpinista Kalpana Das, che era alla sua seconda scalata dell’Everest, avrebbe avuto difficoltà a camminare e nonostante l’aiuto degli sherpa ed è morta poche centinaia di metri sotto la vetta.

L’accusa è rivolta alle autorità nepalesi, che sacrificherebbero la sicurezza degli alpinisti per i guadagni dei permessi di scalata, venduti a 11mila dollari l’uno.