cane

Era stato trovato da solo, lungo una strada trafficata, poi portato in canile e infine adottato. Ma la famiglia che ha accolto con amore il piccolo Jago è stata beffata da una sentenza che ne ha disposto il futuro lontano da quelli che, per 5 anni, sono stati i suoi amorevoli padroni. Il meticcio è finito al centro di un’aspra contesa che ha visto vincere il proprietario originario.

Jago strappato alla famiglia adottiva

Jago è un meticcio di piccola taglia, adottato da una famiglia che lo aveva trovato lungo una strada trafficata di Milano nel 2014.

L’animale era sprovvisto di microchip e, dopo essere stato affidato a un canile, era stato assegnato alla sua nuova casa.

Alcuni mesi dopo, però, il padrone originario ne aveva rivendicato la proprietà aprendo una battaglia legale per riaverlo. La sentenza del tribunale meneghino gli ha dato ragione dopo 5 anni di iter legale: Jago deve essere restituito al vecchio proprietario.

Secondo quanto riportato da Repubblica, l’uomo non ne avrebbe nemmeno denunciato la scomparsa ma il verdetto è arrivato a supportare la sua posizione. Sulla base dell’articolo 927 del Codice civile in materia di “Cose ritrovate“, il proprietario può esigere la restituzione di una ‘cosa mobile’ entro un anno dallo smarrimento.

In questo caso specifico, a far discutere è proprio l’equiparazione del cane a un oggetto.

La Lega Nazionale Difesa del cane (Lndc Animal Protection), via Facebook, ha diffuso un comunicato in cui ha dato piena disponibilità a dare il proprio sostegno alla famiglia adottiva di Jago.

Secondo una sentenza del Tribunale di Milano – si legge sul profilo dell’organizzazione –, un piccolo meticcio deve lasciare la sua famiglia con cui ha vissuto per 5 anni ed essere restituito a chi lo aveva lasciato vagare senza microchip, rivendicandolo dopo diversi mesi.

Lndc offre il proprio supporto legale e chiede ai giudici di applicare il buon senso“.

La famiglia presenta ricorso

Ma la questione è solo al primo grado, e chi ha adottato il meticcio non intende arrendersi davanti alla sentenza. È stato presentato un ricorso in appello e l’avvocato che difende la famiglia, Michele Pezone, ai microfoni di Repubblica ha sollevato un ulteriore aspetto controverso della vicenda.

Riguarda il fatto che un animale, in quanto essere senziente, non può essere ridotto alla stregua di una ‘cosa’: “Sembra che qui si ignori la ratificazione del Trattato di Lisbona“.

L’uomo che sostiene di essere il padrone legittimo di Jago aveva presentato una richiesta di restituzione due mesi dopo l’adozione. La famiglia, però, ritiene che non ne abbia dimostrato la proprietà e ha deciso, per questo, di rispondere con un’altra azione legale per far valere la propria voce e tenere l’animale.

Durante il procedimento, è stato disposto un test del Dna sui peli trovati nell’abitazione dell’uomo. Secondo la controparte, sebbene presenti in casa, questi non proverebbero che l’animale vivesse stabilmente con lui e non sarebbe possibile, quindi, identificarlo come il vero proprietario di Jago.

*in alto: immagine di repertorio