martina rossi

Martina Rossi morì il 3 agosto del 2011 cadendo da un balcone al sesto piano dell’hotel Santa Ana a Palma di Maiorca. Il 14 dicembre scorso i due ragazzi che si trovavano con lei in quella stanza d’albergo, Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, sono stati condannati a sei anni per tentata violenza sessuale e morte in conseguenza di un altro reato. Adesso, le motivazioni di quella sentenza di condanna sono nero su bianco e punto per punto la strategia difensiva dei legali di quei due giovani di Arezzo viene smentita.

Martina Rossi non si è suicidata

In 8 anni di battaglia per la verità, il padre e la madre di Martina Rossi hanno innanzitutto dovuto lottare affinché la morte della loro figlia di 20 anni non venisse considerata un fatto accidentale o un suicidio. In Spagna, dopo la morte della ragazza, non viene aperta alcuna inchiesta, prima si ritiene che Martina sia caduta facendo balconing, pratica rischiosa e in voga dal 2000 che prevede di saltare da un balcone all’altro negli hotel, poi si conclude che sia morta togliendosi la vita.

In Italia, viene aperta un’inchiesta prima dalla Procura di Genova, poi da quella di Arezzo. Il corpo della 20enne genovese viene riesumato e si scoprono lesioni non compatibili con la caduta dal sesto piano della stanza 609. Intanto, si fa strada l’ipotesi che quei due ragazzi che avevano sostenuto che Martina Rossi si fosse buttata dal balcone di sua iniziativa prendendo “la rincorsa“, non dicevano la verità. La dinamica della caduta smentisce infatti questa tesi: non sarebbe precipitata in modo verticale se avesse corso verso il balcone. Poi, ci sono gli attacchi degli avvocati dei due giovani alla personalità della 20enne: Martina Rossi aveva seguito una terapia farmacologica fino a 2 anni prima della sua tragica morte perché aveva reagito male ad una delusione d’amore ma, da quando studiava Architettura a Milano, dove si era trasferita, si era lasciata alle spalle quella fase della sua vita ed era “soprattutto ‘proiettata sul futuro’, circostanza di fondamentale rilievo perché in contrapposizione con il pensiero suicidario“.

Il giudice del Tribunale di Arezzo, che ha emesso lo scorso 12 dicembre la sentenza di condanna a 6 anni per tentata violenza sessuale e morte in conseguenza di un altro reato contro Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, ha anche demolito la testimonianza chiave della difesa, quella dell’impiegata dell’albergo, Francisca Puga, che aveva detto di averla vista suicidarsi. Il magistrato ha scritto che dal punto di vista tecnico era impossibile che la donna avesse visto con precisione, dal luogo in cui si trovava, Martina prima che cadesse e mentre precipitava.

Martina Rossi è morta per non essere violentata

La parte più importante delle motivazioni della sentenza sulla tragedia di Martina Rossi è senza dubbio quella che spiega effettivamente perché è morta. La 20enne era senza pantaloncini quando è stata trovata, ma non se li era tolti da sola, erano stati Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi a levarglieli con la forza, lei aveva fatto resistenza e appena aveva potuto era fuggita verso il balcone: “La ragazza, dopo essersi opposta alla violenza, graffiando il collo dell’imputato Albertoni, era riuscita a fuggire dai due aggressori dirigendosi verso il balcone aperto della camera e poi, oltrepassando il muretto divisorio verso il terrazzino della camera a destra, nello sporgersi dalla ringhiera o nello scavalcarla, era così caduta nel vuoto“.

Era la prima volta che Martina Rossi partiva senza i suoi genitori per una vacanza. Quella notte, le sue due amiche con cui era andata in Spagna si erano appartate con due amici dei condannati e così lei era finita da sola in camera con Albertoni e Vanneschi, gli unici presenti in quella stanza 609 e gli unici a tentare di violentarla inducendola a rischiare la vita pur di sfuggire allo stupro, come ha stabilito il verdetto del Tribunale Aretino. Per loro, nessuna attenuante: hanno tentato di far credere che Martina Rossi fosse una ragazza con problemi psicologici, hanno gettato fango su di lei solo per coprire le proprie responsabilità.