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Caso Maria Chindamo: svolta nel giallo dell’imprenditrice scomparsa nel 2016

Pubblicato: 12/07/2019 10:25

Svolta nel giallo di Maria Chindamo, l’imprenditrice scomparsa in Calabria nel 2016 e mai ritrovata. Il gip del Tribunale di Vibo Valentia, su richiesta della Procura, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Salvatore Ascone, 53enne di Limbadi arrestato con l’accusa di concorso in omicidio. La donna, secondo i carabinieri di Vibo Valentia e del Ros, sarebbe stata barbaramente uccisa e il cadavere sarebbe stato fatto sparire (secondo un’agghiacciante ipotesi, dato in pasto ai maiali). Ascone, già noto alle forze dell’ordine e conosciuto con i soprannomi ‘u Pinnularu’ e ‘u Craparu’, secondo l’accusa avrebbe contribuito al piano insieme ad altre due persone.

Caso Chindamo: un arresto

Le indagini sul caso Chindamo, condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Vibo Valentia, della Compagnia di Tropea e del Ros, sarebbero arrivate a una svolta.

In manette è finito Salvatore Ascone ‘u Pinnularu’, 53enne originario di Limbadi (luogo da cui è scomparsa la donna, nel 2016) e ritenuto elemento gravitante intorno alla locale cosca Mancuso.

L’uomo è stato arrestato con l’accusa di concorso in omicidio, ed è la prima volta che la pista del delitto emerge con chiarezza. L’imprenditrice sarebbe stata uccisa e il suo cadavere sarebbe stato fatto sparire.

Secondo l’accusa, Ascone avrebbe agito in concorso con un suo operaio rumeno, Gheorge Laurentiu Nicolae (30enne indagato a piede libero) e un nipote (all’epoca minorenne).

I tre avrebbero manomesso l’impianto di videosorveglianza installato nella proprietà del 53enne arrestato (in zona Montalto, a Limbadi), per neutralizzare il rischio che la telecamera orientata verso la tenuta della Chindamo potesse cristallizzare le fasi del sequestro.

Il piano ai danni dell’imprenditrice di Laureana di Borrello è stato portato a termine la mattina del 6 maggio 2016, e da allora si indaga per arrivare alla ricostruzione della dinamica e soprattutto di mandanti e movente.

La scomparsa dell’imprenditrice

A carico dei tre indagati ci sarebbero importanti elementi, uno su tutti la ‘cronologia’ di log del sistema di videosorveglianza dell’Ascone. Si tratta di dati che ricostruiscono le azioni compiute sull’impianto e che proverebbero la manomissione.

Per la Procura, avrebbero così fornito un fondamentale “contributo alla commissione dell’omicidio della donna, agevolando gli autori materiali” del delitto.

L’auto di Maria Chindamo era stata ritrovata dal fratello in contrada ‘Carini’, località Montalto di Limbadi, motore e stereo accesi e tracce ematiche sulla fiancata che richiamerebbero una colluttazione tra vittima e aggressori.

Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di Ascone, domina l’ipotesi di correità nel delitto. La sua posizione si aggraverebbe alla luce di alcune rivelazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, figlio del boss di ‘ndrangheta Pantaleone ‘l’Ingegnere’ Mancuso. Questi avrebbe riferito informazioni che rafforzerebbero l’ipotesi della volontaria manomissione delle telecamere per agevolare il prelievo della vittima.

Ma non è tutto, perché nel quadro di un giallo dai contorni ancora liquidi si innesta un fatto precedente che crea non poca suggestione. Esattamente anno prima della scomparsa di Maria Chindamo, il 6 maggio 2015, avvenne il suicidio di Ferdinando Punturiero. Era il suo ex marito.

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Ultimo Aggiornamento: 12/07/2019 10:54