sbarre di una cella

Nel 1994 massacrò 6 prostitute e ne seppellì i cadaveri in giardino, fu condannato all’ergastolo ma oggi, dalla sua cella di Bollate, torna a farsi sentire attraverso il suo legale, Francesco D’Andria. È Gianfranco Stevanin, serial killer noto alle cronache come il ‘mostro di Terrazzo’, che va verso una nuova perizia psichiatrica e spera di ottenere il primo permesso premio. Vuole uscire dal carcere e tornare a respirare l’aria oltre le sbarre, dopo 25 anni dagli orrori che stordirono l’Italia.

Il ‘mostro di Terrazzo’ vuole uscire dal carcere

Assassino seriale celato nei panni del contadino insospettabile, protagonista di uno dei capitoli più sinistri della cronaca nera e condannato all’ergastolo, Gianfranco Stevanin vuole lasciare il carcere e spera che il suo desiderio venga esaudito.

Le dichiarazioni del suo avvocato Francesco D’Andria, riportate dal Corriere del Veneto, puntano in una sola direzione: nuova perizia psichiatrica in vista della successiva richiesta di un permesso premio, il primo della sua esistenza da detenuto.

Secondo il suo legale, il caso Stevanin sarebbe un unicum poiché il solo condannato a non aver mai usufruito di un beneficio durante la reclusione: “Da Donato Bilancia a Pietro Maso, per non parlare di mafiosi e camorristi: tutti hanno ottenuto i benefici penitenziari.

Tutti, tranne il mio cliente“.

Una nuova perizia psichiatrica

5 anni fa Gianfranco Stevanin è uscito sotto scorta, in via del tutto eccezionale, per una visita alla tomba della madre ed è stata la sua prima e ultima volta. La chiave per vedere accolta la nuova istanza – secondo il difensore – sarebbe una perizia atta a valutarne l’attuale grado di pericolosità.

L’interrogativo è uno solo: Stevanin è ancora capace di fare del male? Stando alle parole di D’Andria, oggi si dovrebbe parlare di ‘ex mostro’ e il ritratto più calzante sarebbe quello – ben più semplice e ‘sgonfio’ – di “un uomo che sta pagando il suo conto con la giustizia“.

Ma non è tutto, perché il difensore è alla ricerca di una comunità che possa accogliere il suo assistito in caso di temporanea uscita dalle mura del penitenziario. Nessuno avrebbe risposto positivamente all’ipotesi di ammettere l’ergastolano, e D’Andria si rivolge direttamente a don Mazzi: “Sto ancora aspettando una risposta dalla sua associazione: non prenda in carico solo i ‘belli e dannati’ alla Fabrizio Corona ma anche chi, come Gianfranco Stevanin, è soltanto un dannato“.

È detenuto a Bollate dal 2013, dove il team di osservazione ha tracciato un profilo nettamente diverso da quanto prospettato dalla difesa: Stevanin è sì un detenuto ‘modello’, ma privo di una dimensione autocritica e ancora pericoloso.

Il parere dell’équipe di Bollate

A deporre a sfavore di un’identità interamente ‘ripulita’ dalle ombre del passato c’è un aspetto che l’équipe di Bollate ha indicato nella relazione sul detenuto Stevanin: il disturbo parafilico che permea la sua storia criminale.

Si tratta di una condizione per cui il soggetto trae piacere sessuale dalle umiliazioni e sofferenze imposte a un ‘sottomesso’. Nel caso del pluriomicida veneto, questo si è manifestato con precisi rituali che comprendevano anche l’atto di fotografare le vittime in pose esplicite.

Per gli esperti chiamati a valutare la sua personalità lontano dalle consulenze di parte, dunque, l’ex contadino che ha seminato il terrore tra il 1993 e il 1994 sarebbe ancora ossessionato dalla spinta a dominare le donne.