Niente più lunghe e costose analisi, o invasive risonanze magnetiche. Se negli ultimi anni sono stati fatti dei progressi per la diagnosi del Parkinson, oggi un ulteriore passo in avanti viene compiuto grazie ad un contributo del tutto italiano. I ricercatori della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e della Fondazione Santa Lucia (Fsl) Irccs di Roma, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT), hanno rilevato che sette molecole presenti nella flora batterica intestinale segnalerebbero la presenza della patologia. Si tratta di lipidi chiamati Nape, che si troverebbero in concentrazione drasticamente minore nei pazienti affetti dalla malattia.

Lo studio è stato svolto mediante prelievo del sangue a 587 soggetti, di cui 268, poco meno della metà, affetti dal morbo di Parkinson.

Un collegamento tra i lipidi e la malattia

I Nape hanno un ruolo importante nel nostro organismo: sono infatti in grado di proteggere l’integrità delle cellule, anche di quelle cerebrali. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa, che danneggia le cellule del cervello: non avendo altro ricostituente, i neuroni sarebbero così costretti a prelevare i Nape dal sangue. Ciò spiega perché questi lipidi si trovano in una quantità inferiore di circa 15% nei pazienti affetti da Parkinson (e anche se le cause sono sconosciute, per le donne si può arrivare sino al 25%).

Un rapido prelievo sarebbe dunque in grado di stabilire, con una precisione del 90%, se una persona è affetta dal morbo.

Parkinson: una panoramica sulla patologia

Il morbo di Parkinson è un processo cronico e selettivo di morte cellulare dei neuroni, che come per le altre malattie neurodegenerative colpisce il sistema nervoso centrale. I sintomi più noti sono legati al movimento, e accompagnati da rigidità, lentezza e, soprattutto, da tremori. Alcune celebrità affette dal Parkinson (come Michael J. Fox, l’icona di Ritorno al futuro, papa Giovanni Paolo II o il pugile Muhammad Ali) hanno fatto crescere all’interno della società la consapevolezza della malattia.

Anche se ad oggi non è possibile trovare una cura, studi come quello sopra riportato vanno verso la direzione della speranza.