mano di una bambina malata in ospedale

Si allarga l’inchiesta giudiziaria sulla morte della piccola Sofia Zago, deceduta due anni fa a Trento dopo aver contratto la malaria in ospedale. Nonostante la richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla Procura, il gip Marco La Ganga ha invece disposto ulteriori accertamenti, inserendo nel registro degli indagati 3 nuovi nomi.

Tre nuovi indagati per il caso Zago

Il giudice per le indagini preliminari La Ganga intende approfondire la posizione di 2 infermiere e di un medico – ora in pensione – del reparto pediatria dell’Ospedale Santa Chiara di Trento. I 3 erano in servizio la mattina del 17 agosto 2017, indicato dai NAS come il tragico giorno in cui Sofia ha contratto malaria.

Sale così a 4 il numero dei sospettati, dopo che già nel 2018 un’altra infermiera trentina è stata indagata per omicidio colposo.

La bimba uccisa dalla malaria in ospedale

Ripercorriamo la vicenda per comprendere meglio gli ultimi sviluppi. Era il settembre 2017 quando Sofia Zago, appena 4 anni all’anagrafe, moriva di malaria all’Ospedale Santa Chiara di Trento. Un caso che lasciò sconcertata l’opinione pubblica: in città non si registravano casi di malaria da 30 anni, ma la piccola non si era recata di recente all’estero o in luoghi sensibili.

Come poteva Sofia aver contratto la malattia in uno Stato definito già negli anni ’70 “Malaria free”?

Le indagini rivelarono che, all’origine del contagio, vi era un “macroscopico errore umano”, come lo definì il pm Gallina. Sofia aveva contratto la malattia proprio nell’Ospedale di Trento, dove si trovava a metà agosto per un principio di diabete. In quegli stessi giorni anche 2 bambine del Burkina Faso erano ospiti della struttura sanitaria: di ritorno da un viaggio nel paese di origine, erano risultate affette dalla malaria.

L’errore umano all’origine del contagio

Le indagini hanno così dimostrato come ci sarebbe stato l’errore umano all’origine della morte di Sofia Zago.

Si pensa che la malaria sia stata trasmessa all’interno del reparto pediatrico con dei guanti monouso o un ago-canula infetti, riutilizzati per distrazione. Solo così la piccola può essere entrata in contatto con il sangue infetto delle giovani pazienti africane.

Le 3 infermiere e il medico indagati devono ora rispondere di omicidio colposo e responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario. Il gip Marco La Ganga inoltre intende vederci chiaro sui protocolli sanitari seguiti in ospedale. Per quale motivo i pazienti adulti infetti vanno in isolamento, mentre i bambini infetti possono condividere spazi comuni per il gioco? “Abbiamo sempre ritenuto corretti e rigorosi i nostri protocolli”, commenta Paolo Bordon, direttore dell’Azienda Sanitaria trentina. “Ma naturalmente rispettiamo, come abbiamo sempre fatto, il lavoro dei giudici”.