Chernobyl

A più di trent’anni dall’evento, il disastro di Chernobyl continua a suscitare perplessità e indignazione. Se poche settimane fa era stata la volta della serie televisiva andata in onda su Sky, che raccontava la storia di quel tragico aprile 1986, oggi sono alcuni documenti desecretati a gettare una nuova, inquietante luce sull’accaduto. Il National Security Archive, l’istituzione no profit della George Washington University, ha infatti reso pubbliche varie testimonianze dell’epoca, mai tradotte prima d’ora dal russo all’inglese. Tra di esse i resoconti dei membri del Politburo, da cui emerge il sistematico tentativo di insabbiamento della verità messo in opera dal regime all’indomani dell’incidente.

Chernobyl, la consapevolezza del Partito

La principale fonte di informazioni è stata Alla Yaroshinskaya, membro del Soviet Supremo dal 1989 al 1991 e poi giornalista impegnata sul fronte dei diritti umani e dell’ecologia. Già nel 1992, in un libro da lei pubblicato in russo, tentava di smascherare le bugie che erano state raccontate non solo alla popolazione locale, ma anche al mondo intero. Secondo i documenti segreti raccolti, l’entità del disastro era ben chiara ai membri del Politburo (l’organismo dirigente del Partito Comunista in Unione Sovietica) a pochi giorni di distanza: “Ci sono 10198 persone in attesa di esami e cure – si legge in un resoconto del maggio 1986 – delle quali 345 hanno sintomi di avvelenamento da radiazioni”.

I tentativi di occultamento

Nonostante questa consapevolezza, i successivi passi compiuti dai dirigenti del partito furono tesi soprattutto a coprire sia le cause che gli effetti di quanto accaduto. Significativo lo stralcio di un altro documento segreto riportato dalla Yaroshinskaya, in cui si fa riferimento ai nuovi standard di sicurezza approvati per l’occasione: “Il Ministro della Salute dell’Urss ha approvato nuovi standard per i livelli consentiti di esposizione alle radiazioni nella popolazione, superiori di 10 volte rispetto ai precedenti.

In casi eccezionali, è possibile estendere questo limite fino a 50 volte”. Si trattava, in buona sostanza, di un estremo tentativo di minimizzare la portata dell’incidente, innalzando artificiosamente i limiti permessi dalla legge.

Lo smaltimento della carne contaminata

Un grande problema era poi quello della carne e del latte contaminati dall’esplosione del reattore, tonnellate di materiale radioattivo che doveva essere in qualche modo smaltito, senza però creare allarme nella popolazione.

Il Politburo aveva così creato una serie di direttive su come macellare e consumare gli animali della zona: “Si raccomanda di disperdere il più possibile la carne contaminata dalle radiazioni in altre parti del Paese – si legge in un documento – e di usarla per la produzione di salsicce e cibo in scatola in una proporzione di 1 a 10 con carne normale”. Secondo quanto riferito da Alla Yaroshinskaya, questa pratica da sola avrebbe messo a rischio circa 75 milioni di persone, con un aumento di gravi malattie, malformazioni e altre patologie ereditarie.