Un risvolto archeologico che nessuno si sarebbe aspettato. Le ricerche di Unimore, l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e di Unibo, l’università di Bologna, rivelano che gli Amanti di Modena appartenevano allo stesso sesso. I resti fossili dei due individui ritrovati durante gli scavi della necropoli di via Menotti a Modena, risalenti al IV-VI secolo d.C., erano diventati celebri, in particolar modo, per la posizione in cui sono stati rinvenuti: mano nella mano, come due innamorati. È evidente il forte simbolismo di questa immagine: un amore che perdura anche dopo la morte. Le odierne scoperte, però, getterebbero nuova luce sulle dinamiche intercorse tra le due persone.

Il pessimo stato di conservazione delle ossa rendeva impossibile attribuire un genere ai due individui; si ipotizzava pertanto che fossero un uomo e una donna, complici anche altri simili ritrovamenti archeologici.

Metodi innovativi

La rivista Scientific Reports, pubblicata da Nature Research, copre tutte le aree delle scienze naturali, e riporta oggi quello che si può definire come un caso unico a livello mondiale. Il team di scienziati, tutto italiano, ha utilizzato una tecnica tanto semplice quanto innovativa per stabilire l’identità sessuale degli Amanti di Modena: l’analisi delle proteine contenute nei denti. Il metodo è stato pubblicato nel 2018 dal dott. Stewart, dell’Università di Brighton (Regno Unito): l’assenza o la presenza di un determinato peptide (un particolare composto chimico) nello smalto dentale permette di determinare “unequivocally” (inequivocabilmente) il sesso di un individuo.

Chiariti i dubbi scientifici, restano domande di natura sociologica: che relazione intercorreva tra i due Amanti di Modena? Federico Lugli di Unibo, a capo dei ricercatori, tenta di rispondere in questo modo: “Con i dati attualmente disponibile non è possibile comprendere di che tipo di legame si trattasse, ma è possibile che fossero parenti più o meno prossimi”.