Erdogan

La crisi migranti si infiamma sotto il pressing di Erdogan: il presidente turco torna a richiamare l’Europa sulla rinegoziazione dell’accordo Bruxelles-Ankara firmato nel 2016, pena l’allentamento dei controlli che riaprirebbe, di fatto, a uno scenario di ingresso incontrollato lungo la rotta balcanica. L’accordo prevede che le persone fermate sulla via verso l’Unione europea vengano ricondotte in Turchia, dietro il pagamento di una cifra di circa 6 miliardi di euro da parte dell’Ue.

Il patto Ue-Turchia rischia di saltare

L’accordo Ue-Turchia del 2016 è a rischio. Un patto che, a detta di Ankara, sarebbe stato in parte tradito dall’Europa e, per questo, Erdogan tornerebbe a battere cassa minacciando di disattendere completamente i termini stabiliti in materia di migranti.

Il presidente turco richiama sulla necessità di rinegoziare con un’Europa che si era impegnata a pagare circa 6 miliardi di euro per il blocco della rotta e ad accelerare l’iter di integrazione della Turchia nelle maglie europee. Tutto questo con la richiesta che Ankara si adattasse a riformare la giustizia nell’ottica del rispetto dei diritti umani e del contrasto al terrorismo.

Ma Erdogan non ha gradito il riscontro – dopo aver fermato circa 268mila migranti sulla rotta dell’Est nel 2018 e circa 2mila in più nel 2019 – e torna a minacciare di aprire le porte con Grecia e Bulgaria.

Sono queste le prime nazioni a rischiare il conto più alto in caso di apertura delle frontiere, ma la presa di posizione fa tremare tutti gli Stati membri alla luce della situazione esplosiva nell’hotspot dell’isola di Samos.

La richiesta di Erdogan

Il presidente Erdogan ha lanciato un messaggio a Bruxelles: accordo rinegoziato o frontiere aperte. Il primo risultato catastrofico dell’allentamento dei controlli lungo i confini verso Grecia e Bulgaria si fa sentire con l’arrivo di migliaia di migranti negli hotspot di Samos, Lesbo, Kios e Kos.

E la rotta balcanica torna a far paura, con tutto il portato di rischi per quanto concerne la violazione dei diritti umani e l’apertura di un ingresso incontrollato nel cuore dell’Europa.

Lo sforzo economico preventivato per trattenere i migranti in Turchia sarebbe nettamente inferiore alle risorse effettivamente spese e, per questo, Ankara chiede la rinegoziazione.

La posizione di Grecia e Bulgaria

La richiesta di Ergodan suona come un ‘ricatto’ all’Europa, una minaccia che rischia di esporre Grecia e Bulgaria, per prime, a una recrudescenza dell’attuale crisi, con l’apertura a migliaia di clandestini.

Dai governi dei due Paesi arrivano chiari moniti al presidente turco, affinché cessi la pressione sulla gestione del flusso e si interrompa la campagna di terrore generata dalla sua politica, interna ed estera.

Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis chiede espressamente a Erdogan di “non minacciare la Grecia e l’Europa sui migranti, nel tentativo di ottenere più soldi“.

Durissima la lettura di Krasimir Karakachanov, ministro della Difesa bulgaro che ha chiamato in causa un intervento dell’esercito per ripristinare una situazione di controllo e sicurezza: “Le forze armate sono pronte a reagire se aumenterà la pressione dei rifugiati sul confine. (…) Se la pressione migratoria aumenta, è possibile inviare immediatamente fino a 2mila militari nella regione“.