Stefania Rocca

L’eclettica Stefania Rocca si racconta in un’intervista a Vanity Fair. A teatro assieme ad Alessandro Gassman, cerca di colmare l’incomunicabilità e i silenzi. Quindi ripercorre le tappe della sua vita e cosa questa significhi per lei.

A teatro con Gassman

Stefania Rocca è tra le più apprezzate attrici italiane. Nomination ai David di Donatello, ai Nastri d’Argento, vincitrice di un Globo d’oro e molto altro. La sua filmografia spazia dal cinema alla televisione al teatro. Ha lavorato con Jean Luc Godard, Kenneth Branagh, Cate Blanchett: una carriera in cui ha interpretato ruoli e storie molto diverse tra loro.
Adesso è a teatro con Il silenzio più grande, per la regia di Alessandro Gassman.

Una storia di incomunicabilità e quel silenzio “che può riempire le stanze dove le nostre vite scorrono, e mutano negli anni, dove si fanno i conti con i propri fantasmi, con se stessi e con l’altro”. Nella pièce interpreta Rose, una donna stanca di celare i propri malcontenti in famiglia e insicura se accusare il marito o se stessa per non aver parlato prima. Una condizione che, per Stefania Rocca, è comune a ognuno di noi. Contro questo malessere, una sola soluzione: “Godiamoci quello che abbiamo finché ci siamo […] e usiamo l’autenticità contro quello che invece non ci va giù: è l’unica strada per salvarsi”.

Il suo silenzio più grande

Inevitabile arrivare a chiedersi quale sia stato il suo, di silenzio più grande. Stefania Rocca lo racconta a Vanity Fair: “Fu quando lasciai i miei, nel post-adolescenza, e iniziai da sola a cercare un’indipendenza, a capire di che cosa sarei stata capace senza protezione”. Un passo difficile, ma fondamentale per riuscire a staccarsi e che comunque non le è costato gli affetti, ritrovati poi nel corso della vita.
Stefania Rocca ora è sposata e ha 2 figli. Nel suo nucleo familiare, prova ad evitare i dolori del suo personaggio teatrale: “Sono una donna molto diretta, anche nei sentimenti.

Cerco sempre di esprimermi nella verità di quello che penso”. Questa la sua ricetta contro l’incomunicabilità e i silenzi.

La rinascita e l’infanzia

Nel corso dell’intervista c’è stato spazio anche per il racconto del passato e della sua infanzia, a partire dai primissimi momenti. Stefania Rocca, infatti, ha scoperto di essere nata prematura grazie al re-birthing, “tecnica che parte dalla convinzione che tutto in noi è registrato”. Tramite questa tecnica, ha scoperto che “una volta uscita vidi una luce abbagliante proprio come quando arriviamo qui per la prima volta, e capii di averlo fatto prima del termine”.
Sulla sua infanzia, invece, ricorda gli anni e i tumulti sociali di Torino: “Si sentiva nell’aria. Lo capivo da mio padre dipendente Fiat e mia madre modellista – racconta Stefania Rocca – che non mi lasciavano tornare sola da scuola quando la tensione non si fermava ai Tg”.

I sogni e le paure

Infine, Vanity Fair le chiede cosa sia cambiato nel corso di quest’anno, dopo che nello scorso aveva espresso il sogno di avere una femmina al potere, “una Andy Warhol”. Oggi, invece “dovremmo prenderci lo spazio per una riflessione, e recuperare il rispetto: per il nostro pianeta, per noi stessi e per le diversità”. Nei sogni di oggi c’è visitare l’Amazzonia e per Stefania Rocca non è troppo tardi: “è una giustificazione che ci diamo per non agire, chiediamoci piuttosto: che cosa posso fare io nel mio piccolo per questo tutto?”.
Tra le paure, invece, non c’è quella di invecchiare: “È un naturale procedere con cui convivo, diciamo, piacevolmente”. A darle più preoccupazione, c’è qualcos’altro: “La malattia, quella mi spaventa di più. Ma cerco anche di non pensarci”. Una condizione fatalista che non si addice a Stefania Rocca e alla sua visione della vita: “Il calcolo delle probabilità parla chiaro: la vita è solo una questione di c**o”.