alberto sed sopravvissuto ad auschwitz

Si è spento quest’oggi Alberto Sed, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, aveva 91 anni. Nel ’43 era riuscito a sfuggire al rastrellamento del ghetto di Roma, nascondendosi presso un parente nei pressi di Porta Pia, ma un anno dopo lui e alcuni familiari sono stati prelevati e portati prima al Campo di transito di Fossoli e poi ad Auschwitz.

Morto Alberto Sed, sopravvissuto ai campi

A dare il triste annuncio è un post della comunità ebraica di Roma su Facebook. “È scomparso in queste ore Alberto Sed, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau” si legge. “Alberto dopo essere stato catturato a Roma con sua madre e le due sorelle venne portato per un breve periodo a Fossoli, per poi essere condotto a Birkenau: lì gli venne tatuato il numero A-5491”.

Il cordoglio di Ruth Dureghello

In allegato alla triste notizia, c’è il messaggio di cordoglio della Presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello: “La sua scomparsa rappresenta un dolore immenso per tutta la Comunità. Una perdita ancora più dolorosa in questi tempi cupi in cui si riaffaccia l’odio antisemita. Con il sorriso ha saputo raccontare l’inferno e renderci persone migliori. D-o ne benedica la memoria”.

A 10 anni espulso da scuola

Alberto Sed aveva soli 10 anni quando per la prima volta si rese conto che la sua religione lo rendeva un emarginato.

Con la promulgazione delle leggi razziali fasciste, Alberto viene espulso da scuola e non solo. Come lui stesso ha ricordato in passato: “Non ero più un bambino, ero diventato ebreo”. Da quel momento la sua vita cambia; per un soffio lui e la famiglia riescono a sfuggire al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943.

Dopo essersi nascosti per qualche mese, il 21 marzo del ’44 Alberto Sed e famiglia venongo prelevati e portati prima in carcere, poi al Campo di transito di Fossoli e infine, due mesi dopo, ad Auschwitz.

Madre e sorelle uccise nelle camere a gas

A soli 16 anni Alberto Sed arriva a Birkenau e vede la madre e la sorella minore, Emma, morire nelle camere a gas. Per lui invece arriva il tatuaggio e tutto l’iter di de-personalizzazione studiato dalla macchina nazista. Alberto non è più Alberto ma A-5491, un numero, non più una persona. Anche le altre due sorelle di salvano e tutti e tre entrano a far parte di quella moltitudine di persone costrette ai lavori più pesanti.

In passato Alberto Sed ha ricordato quel periodo, spiegando di avere il terrore a prendere un bambino in braccio. Infatti, ha raccontato, era prassi che i più piccoli fossero usati come bersaglio del tiro-assegno dai gerarchi e a lanciarli erano proprio altri prigionieri.

Un silenzio durato 50 anni

Una volta finita la guerra, con la caduta del nazismo, Alberto Sed si trovava nel campo di Nordhausen, da lì il viaggio della speranza fino al Brennero per tornare in Italia. Per quasi 50 anni Alberto ha vissuto nel silenzio del dolore, non ha mai raccontato a nessuno l’orrore al quale ha assistito, una cicatrice profonda che voleva tenere per sé per quanto orribile.

Qualcosa però cambia, Alberto Sed si fa portavoce, soprattutto nelle scuole tra le quali gira per raccontare la sua storia. Diventa un testimone e porta avanti la memoria. Nel 2009 esce il libro Sono stato un numero. Alberto Sed racconta. Nel 2015 viene insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, per il suo contributo alla testimonianza della Memoria della Shoah, portata nelle scuole e nelle carceri.

Credits immagine in alto: Facebook /Comunità ebraica Roma