Una nave portacontainer

Enormi navi merci cariche di container attraversano incessantemente i mari europei. Le loro rotte sono il prodotto della globalizzazione ruggente degli ultimi decenni. Grazie all’efficienza dei trasporti marittimi oggi un consumatore italiano può acquistare manufatti provenienti dall’altra parte del mondo. Un altro effetto meno desiderato è però l’esponenziale aumento dell’inquinamento prodotto dai trasporti marittimi europei. Secondo i dati della European Environment Agency questi liberano nell’aria 140 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. Un dato allarmante e destinato a peggiorare: in assenza di interventi green, le emissioni aumenteranno a ritmo sostenuto, crescendo di oltre 33 milioni di tonnellate all’anno.

Le esenzioni a favore dei trasporti marittimi

Di fronte a questo prospetto poco incoraggiante, cosa fa l’Unione Europea?

Al momento, con la sua Energy Taxation Directive, ben poco. La direttiva, redatta nel 2003, ha lo scopo di “contribuire agli obiettivi europei riguardo all’energia e al clima”, come si legge sul sito della Commissione Europea, attraverso una migliore tassazione sulle fonti energetiche. Tuttavia, come si legge sempre sullo stesso sito, “l’attuale schema di tassazione non è cambiato dal 2003, per cui ci sono ancora una serie di incentivi ai combustibili fossili”. Risultato? L’articolo 14 vieta espressamente ai paesi europei di tassare i carburanti impiegati nel trasporto marittimo.

Un “regalino” al settore che si traduce in un’esenzione da tasse per una cifra di 24 miliardi di euro annui.

Le difficoltà nella modifica della direttiva europea

Appare evidente la necessità di un deciso “cambio di rotta”. Lo sa bene Ursula Von der Leyen, neo-eletta presidente della Commissione Europea, che ha promesso un Green Deal europeo all’insegna della sostenibilità ambientale. Così come sa bene che l’abolizione dei privilegi garantiti dalla Energy Taxation Directive al settore marittimo è un affare spinoso. La sua modifica richiede infatti l’unanimità dei paesi membri, ma difficilmente gli stati più coinvolti nei commerci marittimi (Spagna, Belgio, Paesi Bassi, la stessa Italia) si pronuncerebbero a favore.

La proposta dell’Unione Europea

Un’alternativa più soft proposta dalla Commissione è l’estensione al settore marittimo dell’Emission Trading Scheme (ETS), un sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas inquinanti. Dal 2012 i trasporti aerei sono inclusi in questo sistema, mentre quelli marittimi giocano ancora il ruolo degli esonerati avvantaggiati. Secondo uno studio dell’Agenzia Ambientale Europea, l’ETS applicato ai trasporti via mare genererebbe fino a 7,2 miliardi l’anno di introiti e ne ridurrebbe i consumi di combustibili fossili inquinanti.

L’opposizione del settore marittimo

Anche in questo caso la strada da percorrere è lunga e contorta. Difficilmente gli attori più influenti del settore marittimo accetteranno questa soluzione, che porterebbe a un incremento del costo del carburante. Inoltre il settore sta già affrontando in questo periodo spese elevate per adeguarsi al Sulphur Cap imposto dall’International Maritime Organization. Entro gennaio 2020 tutte le navi dovranno utilizzare combustibili che contengano al massimo lo 0,5% di zolfo, abbassando drasticamente la soglia attuale. Le compagnie marittime sono corse ai ripari, acquistando navi che utilizzino meno carburante o modificandone i motori per renderli compatibili ai nuovi carburanti impoveriti di zolfo. Ma saranno queste misure sufficienti?