rubinetto

Oltre 6mila casi di tumore della vescica all’anno, in Europa, sarebbero collegati a sostanze chimiche presenti nell’acqua del rubinetto. Lo rivela uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives, che ha riguardato 28 Paesi tra cui l’Italia. Si tratta del 5% dei casi registrati, 1 su 20, che risulterebbe attribuibile all’esposizione ai sottoprodotti dell’attività di disinfezione (nello specifico i trialometani, THM).

Tumore della vescica: lo studio

Secondo uno studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona, pubblicato il 15 gennaio scorso su Environmental Health Perspectives, il 5% dei casi di tumore alla vescica in Europa (1 su 20) sarebbe legato all’esposizione prolungata a sostanze chimiche note come trialometani (THM), tra cui il cloroformio, presenti nelle acque del rubinetto come conseguenza della disinfezione negli impianti.

Il totale sarebbe di 6.551 casi all’anno, con uno spettro d’analisi esteso a 26 Paesi europei tra cui l’Italia. Quest’ultima figura tra le 9 nazioni del continente indicate come aree in cui si supera la concentrazione limite di 100 microgrammi per litro (insieme a Gran Bretagna, Spagna, Cipro, Estonia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Portogallo).

Le ricerche hanno interessato un periodo che va dal 2005 al 2018, e i Paesi con la media inferiore sono Danimarca e Paesi Bassi.

Malta e Cipro, invece, avrebbero i livelli medi di THM più elevati.

I casi potenzialmente associati

Dallo studio emerge che a Cipro si registra un quarto delle diagnosi potenzialmente associate a contaminanti dell’acqua del rubinetto, mentre nel Regno Unito e in Spagna si avrebbe il maggior numero assoluto di casi potenzialmente legati ai THM (rispettivamente 1.356 e 1.482).

In Italia il dato rimanda a 336 casi annui (circa l’1,2%), e gli sforzi complessivi su scala europea per ridurre i livelli di sostanze chimiche, ritenute in qualche modo collegate all’esordio del cancro alla vescica, sarebbero ancora insufficienti.

L’orientamento per ridurre i rischi

Contenendo ulteriormente il livello di trialometani, secondo lo studio in questione, si potrebbero evitare oltre 2.800 nuovi casi ogni anno. Situazione di rischio che, si legge nello studio, potrebbe essere neutralizzata ottimizzando trattamento, disinfezione e distribuzione dell’acqua.

La disinfezione dell’acqua potabile è essenziale per la protezione della salute pubblica dalle infezioni trasmesse dall’acqua. Tuttavia, i sottoprodotti di disinfezione (DBP) si formano come conseguenza involontaria della stessa attività e formano una complessa miscela di centinaia di sostanze chimiche a cui praticamente l’intera popolazione dei Paesi sviluppati è espostadurante le più elementari attività quotidiane (per ingestione, inalazione, assorbimento cutaneo).