piede bimbo ospedale

Ha appena 8 mesi, il piccolo paziente trattato dai chirurghi del Policlinico di Milano, positivo al Covid, e sottoposto con successo ad un’intervento al cervello. All’arrivo al pronto soccorso, il suo quadro clinico è preoccupante: il bimbo è affetto da una rara patologia detta idrocefalo ed è necessario un rapido intervento. Ad aggravare ulteriormente la situazione, il tampone – d’obbligo per i pazienti ospedalieri – rivela che il piccolo ha contratto il Coronavirus. L’equipe medica decide di operare il bambino: l’intervento è un successo e, per la sua eccezionalità, si guadagna uno spazio sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet.

Operare pazienti con il Coronavirus: i rischi

Somministrare l’anestesia generale a bambini con infezioni respiratorie (come il Sars-CoV-2) è un rischio. “Le anestesie indeboliscono il sistema immunitario”, scrivono su The Lancet Giorgio Carabba e Marco Locatelli, neurochirurghi del Policlinico. Questo indebolimento potrebbe giocare a favore dell’infezione in corso. Un’ulteriore difficoltà è rappresentata dal bisogno di svolgere un’operazione delicata su un paziente così piccolo utilizzando tutti i dispositivi di protezione imposti dalla situazione sanitaria. L’elenco è lungo: caschi a protezione integrale, doppi guanti a manica lunga, mascherine, doppi camici resistenti ai liquidi, protezioni per gli occhi e coperture impermeabili per le scarpe.

Un vero e proprio armamento che ingombra i movimenti e rende più complicate le manovre con il bisturi.

Cos’è l’idrocefalo

Un’operazione chirurgica su un paziente affetto da Coronavirus presenta sfide e rischi, ma in questo caso non può essere evitata. Il bimbo di 8 mesi, portato d’urgenza al Pronto Soccorso dai genitori, è affetto fin dalla nascita da idrocefalo, una patologia rara contraddistinta dall’accumulo di liquido nei ventricoli cerebrali. Il conseguente aumento di pressione all’interno della scatola cranica può portare a gravi danni al cervello.

Per arginare il problema, il piccolo aveva già subito in precedenza un intervento chirurgico per posizionare delle valvole capaci di ridurre l’eccesso di liquidi. Ma quando, a inizio aprile, le valvole hanno iniziato a non funzionare, un nuovo intervento si è reso necessario.

Gli interventi al cervello e il successo

Il bimbo mostrava alcuni sintomi tipici del Coronavirus: tosse secca e un po’ di raffreddore. Il tampone conferma i sospetti. Tuttavia “considerando i rischi di un progressivo deterioramento neurologico in caso di mancato intervento”, scrivono i chirurghi, si decide di operare d’urgenza il piccolo.

La prima operazione al cervello dura un’ora, ma dopo 4 giorni non ci sono segni di miglioramento e i medici intervengono nuovamente. Questa volta il drenaggio dei liquidi funziona, e ora il piccolo è anche guarito dal Coronavirus. “Aver saputo che era passato anche il virus e che il bambino era entrato in riabilitazione è stata veramente una gran gioia”, racconta Marco Locatelli a Adnkronos.

L’opinione dei medici

Locatelli ricorda i momenti di tensione dell’operazione al cervello, complicata dalla “tuta da astronauta”, come lui stesso la definisce, che il team ha indossato.

“Abbiamo imparato tantissimo”, dichiara, “professionalmente, ma soprattutto umanamente”. Su The Lancet, i chirurghi avanzano un’ipotesi: questo caso potrebbe essere la prova di “una relativa resistenza di neonati e bambini al Covid-19”.

Approfondisci

Coronavirus in Italia, l’ISS: 43 bambini positivi al Covid-19