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La notizia del salto di specie del virus dell’epatite dei ratti all’uomo ha fatto il giro del mondo, alimentando in tanti la paura di una nuova emergenza dopo il Covid-19. In realtà, il primo caso sarebbe stato registrato nel 2018, quindi non sarebbe evento ignoto alla scienza, e nei 2 anni successivi i casi registrati sarebbero in tutto 11. Pazienti che avrebbero contratto la malattia a Hong Kong in particolari circostanze, tali da non giustificare, al momento, forte preoccupazione. Il virologo Massimo Galli, direttore di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, è intervenuto sull’allarme suscitato dalla questione.

Virus, salto di specie dai ratti all’uomo: i casi di Hong Kong

La notizia, alla luce della contestuale emergenza Coronavirus, non poteva non destare un certo interesse e un certo alone di allarme: “I ratti stanno infettando l’uomo con l’epatite e nessuno sa come“. È questo il titolo dell’articolo della Cnn con cui viene lanciata la notizia di un altro virus che, dopo l’ormai tristemente noto Sars-CoV-2, avrebbe fatto il salto di specie dall’animale all’uomo.

In realtà, la notizia in questione risale al 2018, anno in cui sarebbe stato registrato il primo caso di epatite E di ratto in un paziente 56enne di Hong Kong.

Un caso inizialmente creduto del tutto isolato, ma che, poco tempo dopo, avrebbe messo la scienza davanti a un’altra realtà con almeno altri 10 persone infettate nella stessa città. 11 i pazienti colpiti da questo virus tra il 2018 e il 2020, l’ultimo dei quali sarebbe risultato positivo il 30 aprile scorso.

Secondo Siddharth Sridhar, microbiologo e ricercatore dell’Università di Hong Kong, potrebbero essere decine le persone infette oltre quelle ufficialmente riconosciute, ma tutto è ancora troppo fluido per arrivare a delineare il perimetro di un potenziale allarme.

Le condizioni in cui si sarebbe trasmesso il virus

Ancora sarebbe ignoto il tempo di incubazione, così come un altro aspetto sottolineato dal ricercatore alla Cnn: “Quello che sappiamo è che i topi di Hong Kong sono portatori del virus, e che lo stesso germe patogeno passa all’uomo. Ma il modo in cui arrivi ad infettarlo, attraverso cibo contaminato o un altro animale che fa da anello di congiunzione, ancora non lo sappiamo, è questo il tassello mancante“.

Come riporta l’Oms, il virus dell’epatite E viene principalmente trasmesso per via fecale-orale a causa della contaminazione fecale dell’acqua potabile. “I fattori di rischio – scrive l’Organizzazione Mondiale della Sanità – sono correlati alla scarsa igiene, consentendo al virus escreto nelle feci delle persone infette di raggiungere le riserve di acqua potabile“. Una delle ipotesi di testa è che la trasmissione di questo virus sia avvenuta in condizioni di scarsa igiene, forse consumando acqua contaminata dalle feci di ratti infetti.

Le parole del virologo Galli

Il virologo Massimo Galli è intervenuto sull’argomento durante un collegamento con la trasmissione Mattino Cinque, e ha spiegato il suo parere su quanto registrato a Hong Kong.

Che i ratti possano trasmettere l’epatite E è noto da tempo. Il fatto che un virus simile a quello dell’epatite C sia presente nei ratti, che è uno degli animali più comuni nel mondo, e che sia dimostrato trasmissibile in 11 persone fino a questo momento, suscita un piccolo segnale di allarme. Però si tratta di 11 persone e non di una massa incredibile di casi. Bisogna ancora capire se e come viene trasmesso e che suscettibilità hanno queste persone“.

L’imperativo, dunque, è evitare la psicosi perché non ci sono ancora evidenze certe sui rischi di una nuova epidemia e sulle modalità di trasmissione.